Tre anni fa incontravo il signor Oceano Atlantico. Tre anni fa immergevo per la prima volta i piedi nudi in quell’acqua salata. Ricordo ancora il nome della spiaggia: Nahant Beach. E ricordo ancora lo squaletto morto che trovammo arenato sulla riva. Ci eravamo arrivati per caso, girovagando in macchina per la costa, senza mappa. Ho ancora in mente, lucidissima, la sensazione di grandezza che mi davano, e mi danno tuttora, quel cielo e quelle onde. Tutto più grande, tutto immenso, “questo mare è talmente sconfinato e gelido” dicevo ad alta voce.FB_IMG_1435495614580

Per un caso quell’immagine sfocata catturata da uno smartphone, quel mio saltello con i piedi a mezz’aria, è diventata anche la mia primissima foto su Instagram.

Camminavo sul bagnasciuga e non sapevo ancora a cosa stavo andando incontro, ero solo felice di trovarmi lì in quel preciso momento, proprio in quel rettangolo di sabbia, incastonata in quell’esatto minuto del tardo pomeriggio. Lo stress del trasloco alle spalle, il nuovo appartamento che cominciava a prendere un aspetto umano, il permesso di lavoro che doveva ancora arrivare, ma io ero lì, con i piedi in acqua e un capello di paglia in testa, e non c’era nessun altro luogo possibile dove poter esistere quel giorno.

IMG_20150515_15232737 mesi dopo.  Vedo di continuo aerei passare. Mentre corro al lavoro, nelle pause del pomeriggio, al mattino appena sveglia. Li vedo sfrecciare in cielo, ne fotografo le scie e ripenso a quello che presi un bel giorno di maggio. Non ho festeggiato la ricorrenza: nessun segno sull’agenda, ho lasciato andare la giornata come se nulla fosse. Ho dimenticato di ricordarmene.

In questi 37 mesi di vita, tanti sentimenti diversi, parole e immagini accavallate l’una sull’altra in un groviglio pulsante. Tante paure, timore di non essere all’altezza, sudori freddi, incertezze, lacrimuccie solitarie, momenti di solitudine. Invece sono ancora qua, come nella scena finale di Papillon [“Hey you bastards, I’m still here”]. A contare quello di cui sono fiera. Tanti piccoli successi, tanti piccoli passi tutti per me. Perché tutto quello che ti avranno raccontato sarà sempre diverso da quello che ti troverai a vivere, pure la lingua che avrai studiato all’università ti sembrerà differente.

  • Ho imparato a ordinare al messicano senza bloccarmi nel bel mezzo di una frase [come diavolo glielo spiego adesso che non voglio i fagioli scuri? Ah, e si dice gua-ca-mo-li, vero?]
  • Ho imparato a parlare di un mio progetto di fronte a cinquanta persone [anzi, ci ho preso gusto]
  • Ho imparato a prenotare una visita medica al telefono [e a usare la voice mail like a boss]
  • Ho imparato a fare conference call con persone di nazionalità diverse, accenti diversi, punti di vista diversi [come l’inizio della barzelletta? C’erano una volta un’italiana, un giapponese, un australiano e due svedesi…]
  • Ho imparato a fare lo spelling del mio nome, così affollato di vocali scomode [e accettare con rassegnazione che venga storpiato in modi strambi: oggi Cincia, domani Sinsai]
  • Ho imparato a esprimere le mie opinioni in una lingua che non è la mia [a loro sembra sempre che mi stia accalorando ma vagli a spiegare che è solo il temperamento dell’italiana del sud]

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Nonostante tutto continuo a pensare in italiano – ma ho iniziato a sognare in inglese. Ho battuto il gomito su uno spigolo ieri, e ho gridato “ouch!”. L’assimilazione ha avuto inizio?

Cammino tanto e le mie sneakers mi portano lontano; osservo tutto, cercando di cogliere particolari nascosti. Scovo boccioli timidi e li immortalo per riguardarmeli dopo, con calma, sul divano, mentre cerco di lottare contro il sonno che mi piomba addosso dopo una giornata più lunga del previsto.

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Mi fermo spesso a fare considerazioni bizzarre. Guardo la luna e mi chiedo se avrà lo stesso colore e la stessa forma di quella che vedrai tu. Se il tempo è lo stesso o se per te va più veloce, se il sole scalda di più o se l’aurora arriva più in fretta. “Che ore saranno adesso dall’altra parte dell’oceano? Se dormi mentre ti penso, domani ti sveglierai scoprendo che mi hai sognato.”

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Ho sempre il mio accento dannatamente italiano, ma ho imparato che qui tutti lo amano.
La mia lingua madre è diventata per colleghi e
amici al contempo musical, funny, adorable. Cerco di insegnare ai miei colleghi qualche insulto in dialetto tarantino, con risultati esilaranti.

E continuo a gesticolare troppo, persino ai meeting, persino al telefono. Ma qui nessuno lo trova un problema, credetemi.