Il blog della Cinzietta – The Boston Chronicles

Cervello in fuga da qualche parte nel New England

37 mesi e non sentirli

Tre anni fa incontravo il signor Oceano Atlantico. Tre anni fa immergevo per la prima volta i piedi nudi in quell’acqua salata. Ricordo ancora il nome della spiaggia: Nahant Beach. E ricordo ancora lo squaletto morto che trovammo arenato sulla riva. Ci eravamo arrivati per caso, girovagando in macchina per la costa, senza mappa. Ho ancora in mente, lucidissima, la sensazione di grandezza che mi davano, e mi danno tuttora, quel cielo e quelle onde. Tutto più grande, tutto immenso, “questo mare è talmente sconfinato e gelido” dicevo ad alta voce. Per un caso quell’immagine sfocata catturata da uno smartphone, quel mio saltello con i piedi a mezz’aria, è diventata anche la mia primissima foto su Instagram.

Camminavo sul bagnasciuga e non sapevo ancora a cosa stavo andando incontro, ero solo felice di trovarmi lì in quel preciso momento, proprio in quel rettangolo di sabbia, incastonata in quell’esatto minuto del tardo pomeriggio. Lo stress del trasloco alle spalle, il nuovo appartamento che cominciava a prendere un aspetto umano, il permesso di lavoro che doveva ancora arrivare, ma io ero lì, con i piedi in acqua e un capello di paglia in testa, e non c’era nessun altro luogo possibile dove poter esistere quel giorno.

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37 mesi dopo.  Vedo di continuo aerei passare. Mentre corro al lavoro, nelle pause del pomeriggio, al mattino appena sveglia. Li vedo sfrecciare in cielo, ne fotografo le scie e ripenso a quello che presi un bel giorno di maggio. Non ho festeggiato la ricorrenza: nessun segno sull’agenda, ho lasciato andare la giornata come se nulla fosse. Ho dimenticato di ricordarmene.

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In questi 37 mesi di vita, tanti sentimenti diversi, parole e immagini accavallate l’una sull’altra in un groviglio pulsante. Tante paure, timore di non essere all’altezza, sudori freddi, incertezze, lacrimuccie solitarie, momenti di solitudine. Invece sono ancora qua, come nella scena finale di Papillon [“Hey you bastards, I’m still here”]. A contare quello di cui sono fiera. Tanti piccoli successi, tanti piccoli passi tutti per me. Perché tutto quello che ti avranno raccontato sarà sempre diverso da quello che ti troverai a vivere, pure la lingua che avrai studiato all’università ti sembrerà differente.

  • Ho imparato a ordinare al messicano senza bloccarmi nel bel mezzo di una frase [come diavolo glielo spiego adesso che non voglio i fagioli scuri? Ah, e si dice gua-ca-mo-li, vero?]
  • Ho imparato a parlare di un mio progetto di fronte a cinquanta persone [anzi, ci ho preso gusto]
  • Ho imparato a prenotare una visita medica al telefono [e a usare la voice mail like a boss]
  • Ho imparato a fare conference call con persone di nazionalità diverse, accenti diversi, punti di vista diversi [come l’inizio della barzelletta? C’erano una volta un’italiana, un giapponese, un australiano e due svedesi…]
  • Ho imparato a fare lo spelling del mio nome, così affollato di vocali scomode [e accettare con rassegnazione che venga storpiato in modi strambi: oggi Cincia, domani Sinsai]
  • Ho imparato a esprimere le mie opinioni in una lingua che non è la mia [a loro sembra sempre che mi stia accalorando ma vagli a spiegare che è solo il temperamento dell’italiana del sud]

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Nonostante tutto continuo a pensare in italiano – ma ho iniziato a sognare in inglese. Ho battuto il gomito su uno spigolo ieri, e ho gridato “ouch!”. L’assimilazione ha avuto inizio?

Cammino tanto e le mie sneakers mi portano lontano; osservo tutto, cercando di cogliere particolari nascosti. Scovo boccioli timidi e li immortalo per riguardarmeli dopo, con calma, sul divano, mentre cerco di lottare contro il sonno che mi piomba addosso dopo una giornata più lunga del previsto.

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Mi fermo spesso a fare considerazioni bizzarre. Guardo la luna e mi chiedo se avrà lo stesso colore e la stessa forma di quella che vedrai tu. Se il tempo è lo stesso o se per te va più veloce, se il sole scalda di più o se l’aurora arriva più in fretta. “Che ore saranno adesso dall’altra parte dell’oceano? Se dormi mentre ti penso, domani ti sveglierai scoprendo che mi hai sognato.”

Ho sempre il mio accento dannatamente italiano, ma ho imparato che qui tutti lo amano. La mia lingua madre è diventata per colleghi e amici al contempo musical, funny, adorable. Cerco di insegnare ai miei colleghi qualche insulto in dialetto tarantino, con risultati esilaranti.

E continuo a gesticolare troppo, persino ai meeting, persino al telefono. Ma qui nessuno lo trova un problema, credetemi.

8 commenti su “37 mesi e non sentirli

  1. Lulù
    21 aprile 2016

    Molto bello il tuo blog … mi fai vivere nuove emozioni e un po‘ di invidia …
    … tantissima voglia di andare via (bellissima Sicilia … ma vorrei tanto dare un futuro migliore ai miei 2 bimbi), mio marito dice che sta diventano un’ossessione, (forse ha ragione). Comunque, leggo il tuo blog e quello di Sabrina Miso ( quasi tutte le mattine da quando vi ho scoperto ) le foto e le emozioni che pubblicate mi fanno vivere una nuova vita …. o come vorrei che fosse🙂
    Grazieeeee !

  2. AliceOFM
    19 gennaio 2016

    Quanto ammiro un passato ed un presente come il tuo. Non è cosa banale: conosco una persona che ha fatto carriera grazie alla sua elasticità lavorativa (=trasferirsi all’estero), e non fa altro che raccontare quanti suoi ex colleghi dell’ex azienda (tra le più importanti in Italia) siano ancora bloccati in quell’ambiente che li fa solo lavorare tanto senza dare molto, proprio per la mancanza di coraggio che permette di lasciare tutto ed inseguire una vita più difficile ma più soddisfacente.
    Questo concetto mi è entrato molto dentro, quindi se leggo o sento storie di persone che sono partite seguendo il proprio lavoro o cercandone uno nel Paese (o continente) straniero, non posso che provare ammirazione.
    Chapeau per tutti i tuoi successi🙂

    Alice

    • lacinzietta
      27 marzo 2016

      Ciao Alice, innanzitutto scusami, ho letto il tuo commento solo adesso, grazie per le tue parole🙂

  3. Mareva Zeta
    29 giugno 2015

    Tutto questo è meraviglioso.
    Poter sentire di essere a casa è meraviglioso.
    Me la ricordo quella sensazione. Quella per cui sei qui e là, quella per cui metà lista della spesa è in inglese e metà in italiano. Quella per cui ogni tanto si creano ibridi di parole che ti ricordano che sei “due”.

  4. Pingback: Top Post dal mondo Expat #22.6.15 | Mamma in Oriente

  5. marghini
    28 giugno 2015

    Cinzia mi piace tantissimo il tuo blog! Che grande scoperta! Baci da Taiwan (ma ancora per poco ehehehe)

  6. Brunhilde
    28 giugno 2015

    Ecco, mi raccomando coi tutorials in tarantino. Vediamo di continuare spediti.

  7. Bibi
    28 giugno 2015

    ❤ bello bello
    e bella tu.

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Questa voce è stata pubblicata il 24 giugno 2015 da in Boston Chronicles, Fotografando, Life, Pensieri sparsi con tag , , .

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Il cioccolato non fa domande. Il cioccolato ti capisce. Il cioccolato è tuo amico. Quando ti trovi di fronte a dei delfini disegnati su un muro azzurro, fermati e scatta, anche se ti si stanno ghiacciando le mani dal freddo. #portland A Portland ci ero già stata qualche anno fa e mi era già piaciuta tanto. Stavolta ci siamo tornati in tre, e l'ho trovata ancora piú bella, chissà perché. Felicità è trovare bacon strips e disegnini a colazione. It's Snowvember, baby. Ricomincia la stagione dei tetti bianchi e delle foto fatte dal balcone, in pigiama e coi piedi ghiacciati. Non so bene quando riuscirò a riprendere quell'aereo, ma mia speranza è che non passi molto tempo. Io attendo sempre l'invenzione del teletrasporto. Barchette all'orizzonte. Sono tornata in Italia dopo 5 anni di vita americana, ci sono rimasta 2 settimane, ho fatto solo un decimo di quello che volevo fare e adesso non mi rimane che riguardarmi le foto aspettando che arrivi l'occasione per il prossimo viaggio 💜 La felicità puó consistere anche in una semplice fetta di focaccia con soppressata e funghi mangiata in macchina e in buona compagnia. Puglia, mi manchi assai. Io e le palle di cannone del Castello Aragonese. Perché erano anni che volevo fare questa foto. Io ancora mi chiedo da quale pianeta arrivi. Perché tu sei troppo, troppo di tutto. Un giorno me lo dirai, con parole tue. Mi guarderai, e ci capiremo. Barchette blu che mi ritornano in sogno mentre sono a chilometri di distanza da quel mare antico.

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