Il blog della Cinzietta – The Boston Chronicles

Cervello in fuga da qualche parte nel New England

Qui si parla di tacchini, concetti di vacanza e sciroppi per la tosse

Quest’anno abbiamo festeggiato il Thanksgiving per la prima volta da soli, al calduccio di casa nostra, mentre fuori una spruzzatina di neve imbiancava i tetti dei vicini. Il primo anno negli USA, nel 2012, fummo invitati a pranzo da amici, il secondo abbiamo preferito provare un ristorante. Provammo il Top of the Hub di Boston, quello che ha millamila piani, avete presente? Per la serie “Mamma guarda, volevo scattare una foto panoramica”.

Panorami con aerei di passaggio

A photo posted by La Cinzietta (@lacinzietta) on

Quest’anno pero’ abbiamo deciso di fare tutto da soli. Il Thanksgiving qui è una cosa seria, e questo già si sapeva. Ma non mi aspettavo che per gli americani fosse quasi più importante del Natale. Per il giorno del Ringraziamento si spostano in lungo e in largo per gli Stati Uniti per raggiungere le famiglie, sistemano tacchini gonfiabili sugli scaffali nei supermercati, ti salutano con un gioioso gobble gobble nei corridoi (non tutti, solo i colleghi più spiritosi).

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Metà ufficio era vuoto già a partire dal giorno prima, erano tutti impegnati a farcire il tacchino e preparare la cranberry sauce. E’ questo che amo di questa festa, la pace e il silenzio che solo una expat poco coinvolta può godersi, mentre loro saranno li a intrattenere i parenti. Ho assistito alla preparazione del tacchino due anni fa, ospite piena di entusiasmo davanti a una teglia unta e un volatile di 15 chili scarsi (qui una foto di repertorio per i più coraggiosi).

In realtà ho capito subito che non fa per me. La trafila mi sembra estenuante. Ordinano il tacchino mesi prima, e a seconda del numero di parenti presenti alla tavolata il suddetto tacchino potrebbe soffrire o meno di gigantismo. Cominciano la preparazione con largo anticipo, intavolando discussioni su ricette e ripieni settimane prima del fatidico giorno. Alcuni a meta’ strada hanno dei ripensamenti.

– Oh mamma, domani devo devo cominciare a cucinare il tacchino.

– Dai, quest’anno facciamo qualcosa di diverso!

– Non posso, ho ordinato la bestia l’estate scorsa e non posso rimandarla indietro. 

Sì, è un tacchino. Sì, è gonfiabile. Sì, era lì, sistemato nel reparto bibite gassate.

Lo cuociono in forno per mezza giornata, lo girano, lo rigirano, gli misurano la temperatura col termometro, lo mantengono bello umido, lo controllano di continuo. Preparano mille salse diverse per accompagnarlo, lo imbottiscono con cura ma poi una volta cotto rimuovono il ripieno per mangiarselo a parte. Insomma, un lavoraccio. Mi ci vedete otto ore accanto al forno? I don’t think so.

Se appunto per pigrizia o inesperienza non vuoi invecchiare in cucina come la sottoscritta la soluzione e’ a portata di mano in ogni buon supermercato. Il mio migliore amico ormai e’ il Trader’s Joe, l’unico market americano che ha conquistato il mio cuore. Lo amo come una donna può amare un supermercato. Al TJ ho trovato sostanziosi petti di tacchino già pronti, confezioni di gravy da scaldare, barattolini di salsa fresche, insomma tutto quello che mi serviva per interpretare la parte dell’espatriata che festeggia una festa non sua nel paese che la ospita e con una gran fretta di prendere la macchina e partire, cioè io. Il risultato è quello che vedete qui sotto.

In senso orario: petto di tacchino con gravy (non andate nel panico, e’ solo una salsina fatta col sughetto della stessa carne), formaggio di capra al cranberry, pasticcio di patate, mac and cheese di contorno (un cibo che vi infileranno dappertutto).

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Una vera goduria. Venti minuti dopo aver consumato il suddetto pasto un senso di beatitudine mi permeava e ingenti dosi di triptofano erano già in circolo causando potenti calate di palpebra. Adesso capisco il perché di certe vignette trovate in rete.

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Devo confessare che mi è sempre sembrato un po’ buffo festeggiare ricorrenze estranee alla propria cultura. Mi viene sempre alla mente Boris e la puntata della Festa del Grazie, quella con il banchetto di quaglie.

Ma vivendo qui ormai da quasi 3 anni l’esperienza del tacchino dovevo assolutamente sperimentarla e viverla sulla mia pelle (e nel mio stomaco). E poi Thanksgiving per me significava un’unica cosa: vacanza.

Ho un concetto tutto mio di vacanza. Come ho un concetto tutto mio di molte altre cose, devo dire. La mia filosofia di vita è qualcosa che si avvicina molto a “work hard, nap harder”. Non per nulla sono cintura nera di power napping.

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Quello che intendo è che non ho problemi a guadagnarmi la pagnotta col sudore della fronte (ok non esageriamo) per 5 giorni alla settimana, portarmi il lavoro a casa pure nel weekend (inserire imprecazioni varie), partecipare ai meeting del lunedì mattina (una roba totalmente contro natura per me, aboliamoli), restare in ufficio fino alle sette di sera quando ci sono scadenze importanti in ballo, e via discorrendo. Ma almeno ogni due mesi io DEVO staccare la spina. Ne va della mia salute mentale. E non per molto a lungo, sia chiaro. Non resisto a vacanze di due settimane, o peggio di un mese intero. Penso che non riuscirei a resistere un mese intero nemmeno in Puglia. Mi annoio in fretta, mi annoio subito. Mi annoio di cose, situazioni, ambienti. E persone, ma questo è un altro discorso. Ho colleghi europei che ogni estate tornano per un mese nel loro paese natio: tutto agosto in Svezia, o tutto luglio in Francia, e sono felici cosi. Ecco, io non ci riuscirei. Il trauma del rientro sarebbe anche eccessivo, diciamolo. No, la mia vacanza ideale è sparire per 3 o 4 giorni, riempire un borsone con un paio di jeans e tre maglioni (a seconda della stagione magari due bikini e tre parei), prendere la macchina e andare a visitare un posto nuovo. La mia vacanza ideale ha in genere pochi elementi: cibo, shopping, cultura, e per cultura intendo musei, arte, librerie. Camminare a lungo, scattare tante foto, fare lunghi sonnellini. Ho sposato un losco figuro che ormai mi porta in giro dicendo “oggi ti faccio trovare nuovi scorci, contenta?” oppure “allora, hai documentato?”.

Le cose sono cambiate da quando lavoravo in Italia. Qui ho più responsabilità e sparire dall’ufficio per un mese sarebbe un suicidio prima di tutto per me. Immagino con terrore, al rallenty, il momento in cui riapro l’inbox aziendale dopo 30 giorni.

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Come se non bastasse qui preferiscono venire a lavoro con la tosse asinina e la peste bubbonica piuttosto che starsene un giorno a casa. C’è da capirli. In Italia il dottore ti visita e nel peggiore dei casi ti consiglia di stare almeno 5 giorni a casa finché non ti passa l’influenza, anche perché sei ancora contagioso e magari hai pure qualche linea di febbre. Qui una scena del genere è da film di fantascienza, probabilmente Nolan sarebbe felice di girarla. Ti prendi un bello sciroppo, quello più potente che trovi, e passa la paura, torni alla tua scrivania più fresco di prima. Vi ho mai raccontato degli sciroppi allucinogeni per la tosse che si trovano nei drugstore? Roba da scene alla “Paura e Delirio a Las Vegas”.

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I primi tempi non mi davo pace. Meeting intervallati da tosse e starnuti, gente che andava in giro con la boccettina del disinfettante per le mani come se fosse la bottiglia dell’acqua benedetta. Poi ho capito: se non ti presenti al lavoro semplicemente non ti pagano. Certificati medici? Non diciamo barzellette. Qui si deve produrre! Un po’ come quando tiravo a campare con il cocopro e avevo paura di ammalarmi. Ah, che bei ricordi.

Comunque, dicevamo, sparire appunto per 3 o 4 giorni. Per andare dove? Sinceramente mi sento fortunata ad abitare nel New England.

Non sarei così felice se per esempio fossi in Texas. Anzi, diciamola tutta, se mi avessero proposto il Texas l’Italia non l’avrei mai lasciata. Perdonatemi, amici texani. Il New England è un posto meraviglioso, ha infiniti luoghi da visitare distanti pochi chilometri dalla nostra casetta e durante l’autunno sfodera dei colori meravigliosi e un foliage da brividi. E se non sapete cosa è il foliage chiedete a Marianna, che è stata mia ospite per una settimana il mese scorso e oltre a imbottirsi di hamburger e pumpkin pie lo ha visto con i suoi occhi.

@lacinzietta dice che questo é il periodo del foliage. Si chiami come vuole, ma lo adoro! ❤️

A photo posted by The Moustached Girl (@mykoize) on

Anzi ci scrivo un post al più presto sul foliage autunnale, che questa vacanza mi ha fatto tornare la voglia di ticchettare sulla tastiera e scattare foto a più non posso. Ho persino sviluppato un rullino, rullo di tamburi e squilli di tromba! E nel caso voleste ancora saperlo dopo tutto questo sproloquio, la meta della mia gitarella era il Rhode Island, e precisamente Providence. Ma ve ne parlo la prossima volta.

8 commenti su “Qui si parla di tacchini, concetti di vacanza e sciroppi per la tosse

  1. trentazero
    15 febbraio 2015

    Io vorrei tanto immergermi almeno una volta nel clima del ringraziamento.
    Tanto se ho capito bene gli americani mi vedranno sola soletta e automaticamente mi inviteranno…😀😀

  2. Filottete Manfredi
    9 dicembre 2014

    Comunque anche io vivo a Boston dal 2012 e ancora non ho visto un tacchino cucinato come si deve. Hai scritto un’inesattezza: non lo farciscono e poi tolgono il ripieno ma al contrario lo cucinano direttamente a parte, e questo perché il tacchino rilascia sostanze non buone quando è in forno all’inizio che il pane le assorbirebbe. Il problema è che non lo ungono con olio come da noi ma lo lasciano secco e accompagnato da un collante chiamato gravy. L’unico tacchino buono lo mangiai in Italia a un Thanksgiving tra amici americani. P.S. Sono d’accordo che non vorrei vivere in Texas, a parte il bel tempo per il mio giardino . http://www.litaliachiamo.com

  3. holgamydear
    5 dicembre 2014

    Molta amarezza per me e questo giorno del grazie: cena con un tacchino finto probabilmente, in un qualsiasi Denny’s nella provincia smarrita di Parhump – Nevada, con annessa multa per eccesso (!!!) di velocità, poiché non andavamo a 35 mph. Meno male che il giorno dopo ci siamo goduti gli straordinari paesaggi della Death Valley.
    Concordo con te, ogni tanto bisogna staccare, un paio di giorni e via … c’è così tanto da vedere!😉

    • lacinzietta
      2 gennaio 2015

      Denny’s, eh? Mi sa che ci sono passata una volte, ricordo dei pancake rinsecchiti. Spero che il tacchino fosse migliore!

  4. Mareva Zeta
    3 dicembre 2014

    Ho vissuto per quasi un anno a San Francisco ormai un bel po’ di tempo fa e ho la fortuna (grazie a un’esperienza fatta a 17 anni) di avere una seconda mamma a Los Angeles da cui torno spessissimo – l’ultima volta nell’autunno 2013 con fidanzato al seguito. E insomma… quanta nostalgia mi hai fatto venire! Gli americano sono un popolo straordinario, sia in negativo che in positivo ché loro se non è the biggest, qualsiasi sia il soggetto, manco lo prendono in considerazione. Sono estremi, sono bambini, a volte infantili, ma io considero la California casa mia perché mai mi sono sentita così a posto e con persone così affini come là.

    La East coast mi manca. Prima o poi un classico Boston-New York-Washington DC mi piacerebbe farlo!

    (http://miz-pah.blogspot.it/)

    • lacinzietta
      2 gennaio 2015

      Sono d’accordo, gli americano hanno molte buone qualità. Il loro estremismo mi diverte.

  5. mykoize
    2 dicembre 2014

    AdoroH il foliage! ❤️

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Questa voce è stata pubblicata il 1 dicembre 2014 da in Boston Chronicles, Food, Holidays, Life, Snoopy Chronicles con tag , , , , , .

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Il cioccolato non fa domande. Il cioccolato ti capisce. Il cioccolato è tuo amico. Quando ti trovi di fronte a dei delfini disegnati su un muro azzurro, fermati e scatta, anche se ti si stanno ghiacciando le mani dal freddo. #portland A Portland ci ero già stata qualche anno fa e mi era già piaciuta tanto. Stavolta ci siamo tornati in tre, e l'ho trovata ancora piú bella, chissà perché. Felicità è trovare bacon strips e disegnini a colazione. It's Snowvember, baby. Ricomincia la stagione dei tetti bianchi e delle foto fatte dal balcone, in pigiama e coi piedi ghiacciati. Non so bene quando riuscirò a riprendere quell'aereo, ma mia speranza è che non passi molto tempo. Io attendo sempre l'invenzione del teletrasporto. Barchette all'orizzonte. Sono tornata in Italia dopo 5 anni di vita americana, ci sono rimasta 2 settimane, ho fatto solo un decimo di quello che volevo fare e adesso non mi rimane che riguardarmi le foto aspettando che arrivi l'occasione per il prossimo viaggio 💜 La felicità puó consistere anche in una semplice fetta di focaccia con soppressata e funghi mangiata in macchina e in buona compagnia. Puglia, mi manchi assai. Io e le palle di cannone del Castello Aragonese. Perché erano anni che volevo fare questa foto. Io ancora mi chiedo da quale pianeta arrivi. Perché tu sei troppo, troppo di tutto. Un giorno me lo dirai, con parole tue. Mi guarderai, e ci capiremo. Barchette blu che mi ritornano in sogno mentre sono a chilometri di distanza da quel mare antico.

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