Questa è la terza volta che cerco di portare a termine questo post. La prima volta mi sono appuntata una bozza su WordPress: draft sparito non so come e perché. Praticamente un X-File. La seconda volta ho preso degli appunti sullo smartphone: appunti spariti aggiornando una app. Se pure stavolta non riesco ad andare fino in fondo lo prenderò come un segno del destino e mi metterò l’anima in pace. Ridevo mentre lo scrivevo, rido ancora adesso mentre lo edito. Vediamo cosa ho scoperto sugli americani a tavola in questi ultimi 19 mesi.

1. Tutto può trasformarsi in una casserole. A loro piacciono quelli che io chiamo “gli impasti”. Perché preparasi un piatto in modo ragionato e seguendo delle fasi precise come nelle cucine di tutto il mondo quando si possono mettere tutti gli ingredienti assieme, mescolarli in allegria e sbatterli in forno? Io la trovo un’idea tendente al geniale. Esistono spaghetti casserole, pepperoni pizza casserole, chicken cordon blue casserole. Persino l’hamburger casserole! Sono mesi che mi frulla in testa di provarla ma mi manca il coraggio. La casserole può anche trasformarsi in pensiero gentile, in sentito dono. Hai appena cambiato casa e mi inviti a vederla? Ti porto una casserole di pasta al forno. Torni dall’ospedale dopo una malattia? Ti porto una casserole di carne e patate. La casserole come simbolo di amicizia. Anche questa è civiltá. Provate a digitare “casserole” in Pinterest e il sito esploderà.

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In genere alla casserole americana rispondo con la mia lasagna italiana fatta in casa. Il risultato e’ sempre 0-1 per me.

2. Sulla pizza ci mettono di tutto. L’ananas oramai non è più un ingrediente sorprendente, temo che la pizza “hawaiana” sia arrivata anche in Italia da tempo. Ma vogliamo parlare della pizza al pollo? Gli americani il pollo lo mettono dappertutto, ci manca poco che lo zuppino nel caffè. Una volta ho evitato per un soffio una pizza con cipolla e mostarda. In un ristorante di Boston, con mio enorme stupore, ho scoperto una pizza coi tortellini. Sebbene io abbia una stomaco di amianto (Brunhilde e FisicoQualunque lo sanno bene!) non ho avuto cuore di provarla, ma ho promesso a Carolina che la testerò con tanto di documentazione fotografica.

Ananas, goat cheese, ham. Quella sera mi sono proprio superata. Ed era pure buona.

3. Si rifiutano di ingollare porzioni che non siano enormi. Se siete stati negli USA anche solo per turismo ve ne sarete accorti. Me lo aspettavo pure io, ma devo dire che talvolta esagerano. Come quando ordini un milkshake e ti arriva non un bicchiere, non una coppa, ma un secchiello.

Fetta di torta al cioccolato affetta da gigantismo
Fetta di torta al cioccolato affetta da gigantismo. Questa era di CheeseCake Factory.

4. Le dimensioni dei cibi sono un argomento a parte. Non parliamo dei petti di pollo che sono in poche parole ipertrofici, polli culturisti (io li chiamo “polli Conan”). Evitiamo di nominare i biscotti, perché qui “size does matter”. Ci sono anche dei lati positivi, nei quali io mi crogiolo. Se da Cheese Cake Factory ordino una pasta Chicken Alfredo sono a posto per due giorni, se prendo un waffle avrò la merenda pronta anche per il giorno dopo. Perché il bello degli americani è che ti danno la doggie bag. Io adoro le doggie bag. In Italia se provi a dire al cameriere che vuoi portarti a casa gli spaghetti rimasti nel piatto ti guarderà come un povero barbone. Qui la bustina te la preparano subito, senza nemmeno chiedere, rapidi e discreti.

A San Valentino in ufficio giravano questi splendidi biscottoni
A San Valentino in ufficio giravano questi splendidi biscottoni.

5. Non conoscono l’acqua a temperatura ambiente. Chiedere una bottiglietta di acqua non di frigo equivale a saltare sul bancone strappandosi le vesti di dosso, otterrete le medesime reazioni. Se riuscite a pronunciare le parole “NO ICE, PLEASE” prima che al ristorante vi portino il classico bicchierone di acqua con due chili di ghiaccio dentro vincete un premio. In genere consiste nel non farsi bloccare la digestione.

6. Amano la pasta col formaggino, quella che io mangiavo a cinque anni. Solo che per fare i fighi la chiamano Mac’n’Cheese. Una botta di trigliceridi che levati. È uno dei piatti che entra a pieno merito nell’ambito di quello che viene chiamato “comfort food”: cibo nutriente, saporito, facile da preparare, che scalda il cuore e riempie lo stomaco. Io li amo. Gli americani, dico.

7. Sono pratici, svelti, vanno subito al dunque. Che bisogno c’è di avere un piatto per il primo, uno per il secondo e uno per la frutta o il dessert? Molto più comodo mettere tutto in un piatto solo, tanto poi tutto andrà a finire nello stomaco. Dopo aver assistito a questa abitudine durante le mie prime pause pranzo in ufficio, ho provato a fare lo stesso per evitare di fare la parte della solita italiana sofisticata. Ho rischiato di intingere le fragole nel sugo alla marinara, e ho desistito.

8. Gli americani, dicevo, sono pratici, svelti, non amano cincischiare su faccende inutili. Se si portano da casa dei fagioli in scatola per il pranzo non si mettono mica a perdere tempo con pentolini e condimenti. No! Aprono la scatola, la versano in una ciotola, la scaldano al microonde e via mangiare. Scolare almeno l’acquetta della confezione? Non diciamo eresie. La mia pretesa di condire le lenticchie lesse con olio, soffrittino e pomodoro è soltanto una mania anacronistica alla quale dovrò rinunciare. Ma anche no.

9. Inzuppano il sandwich nella zuppa, e con gusto. La prima volta che ho assistito a questa scena ero a pranzo con un collega e l’ho visto con i miei occhi intingere un panino al tonno dentro una ciotola di clam chowder per poi esclamare estasiato “Yummy!”. Da li’ ho capito che non mi sarei più stupita di nulla e che avevo trovato i miei amici per la pelle.

Fate largo alla fragola gigante
Fate largo alla temibile fragola gigante!

10. Tutto deve essere customizzabile, anche il cibo ordinato fuori casa, preferibilmente con una scelta infinita di svariati ingredienti da aggiungere o meno. Ricordo ancora con terrore il mio primo hamburger ordinato presso uno degli stand del food court al Prudential Center. Ero stanca, affamata, tutto quello che volevo era un panino con un po’ di carne e magari una foglia di insalata e una spalmata di maionese. Mi sono trovata davanti un bancone con, in ordine alfabetico: avocado, bacon, cheddar, cetrioli, cipolla, funghi, olive, pomodori freschi, pomodori secchi, patatine fritte, peperoncini jalapeño, prosciutto, provolone. Per non parlare delle varie salse: maionese, ketchup, tabasco, barbeque sauce, mostarda, senape. Alla domanda “Con cosa te lo preparo?” sono andata nel pallone. Ho risposto “Decidi tu”. Ma dopo aver subíto tutto il peso del suo sguardo basito ho cominciato a indicare ingredienti a caso pigiando il dito destro sul vetro del bancone. Non ho mai saputo cosa ci fosse dentro, ma lo ricordo ancora come uno dei migliori burger mai assaggiati in vita mia. Nell’ambito della citata customizzabilita’ ci metto anche il burger bunless (cioè il burger senza pane, ti servono solo gli ingredienti) o la burger salad (ti servono gli ingredienti su due foglie di insalata, giusto per far finta di mangiare sano e prendersi per il culo da soli).

Esempio di blueberry pancake grosso quanto la mia testa
Esempio di blueberry pancake grosso quanto la mia testa.

11. Sono ossessionati dal formaggio. Lo infilano in ogni dove, ci ricoprono ogni superficie. Finché si parla di patatine fritte, ci posso pure stare. Ordini una porzione di Bacon Cheese Fries da Johnny Rockets e puoi dormire tutto il pomeriggio come un angioletto narcotizzato, raggiungendo finalmente la tua pace interiore.

Lo chiamano "comfort food", un motivo ci sara'.
Lo chiamano “comfort food”, un motivo ci sara’

Ma quando hanno cercato di avvicinarsi al mio piatto di spaghetti con le cozze con la grattugia in mano ho vivamente protestato. La seconda volta, nello stesso locale, non ho avuto lo stesso successo.

Mi sono distratta un attimo e avevo già una bella spolverata di formaggio sui miei lobster ravioli
Mi sono distratta un attimo e avevo già una bella spolverata di formaggio sui miei lobster ravioli.

L’ Ingegner Dart dice sempre che io sono americana dentro, e non da ieri, da sempre. Dice che condivido con loro una totale spensieratezza in fatto di cibo e uno stomaco spericolato. Amo gli impasti, gli intrugli, non ho paura di assaggiare sapori nuovi, mangerei pizza a pranzo e a cena (volendo pure a colazione), non disdegno la pasta riscaldata del giorno prima, adoro sciogliere il formaggino nella pastina. Forse ha ragione, del resto stando assieme da cosi tanto tempo qualcosa di me l’avrà pure capita. Pero vi dico solo una cosa: ho un’apertura mentale di tutto rispetto, ma se comincio a inzuppare la frutta nella zuppa siete autorizzati a insultarmi pesantemente.

P.S. tutte le foto sono state tratte dal mio profilo Instagram 🙂