Il blog della Cinzietta – The Boston Chronicles

Cervello in fuga da qualche parte nel New England

Sailing in the Boston Harbor. Ovvero, la barca a vela vista con gli occhi di un ranocchio

Se già mi seguite su Instagram (e se non lo fate vergognatevi perché ci ho messo circa mezzora a caricare questo widget che vedete a destra, prima di accorgermi che WordPress aveva inserito l’opzione automatica) vi sarete accorti che sono circa 2 mesi che ammorbo il web con foto di vele, barcarole e linee d’orizzonte oceanico. Giusto per spezzare un attimo il discorso, a proposito di Instagram qualcuno può spiegarmi come ho fatto ad arrivare a  680 followers, io che fino a un anno fa IG lo rifuggevo come la liquirizia (che odio)? Anzi, non followers: seguaci. Ho cambiato le impostazioni di lingua da inglese a italiano solo per leggere quella parola sullo schermo. Seguaci. Conquisterò il mondo.

Ordunque, tutto comincia nel  luglio del 2012, quando ricevetti un invito su LinkedIn tramite il gruppo PIB – Professionisti Italiani a Boston per partecipare a uno dei loro incontri. Ero arrivata da poco in terra americana, non avevo ancora idea di come muovermi e non conoscevo bene la città. Mi sembrò una bella idea per incontrare gente e fare nuove amicizie. La giornata prevedeva un incontro al Boston Harbor, presso il Courageuos Sailing Center per un barbacue estivo e un giro in barca a vela con skipper professionisti. Tutto ciò pareva ben più che interessante. Poi se mi si offrono hamburger e hot dog io non mi tiro MAI indietro. Io amo il lavoro duro.

Fu un’esperienza magnifica. Quanto io adori il mare già lo sapete. O almeno dovreste. Ci sono nata, davanti al Mar Jonio, e me lo porto dentro dappertutto. Il fatto che io sia nata in una città di mare e che mi sia trasferita in un’altra città di mare lo trovo un delizioso scherzo del destino. Voi datemi una panchina davanti a una distesa d’acqua, preferibilmente l’oceano, e potete lasciarmi lì, felice, per ore, a cincischiare sui massimi sistemi e a fotografare nuvole.

L’oceano, la barca a vela, i corsi, tutto ha continuato a risuonarci nelle testoline per mesi. Finché l’ingegnere, negli ultimi tempi, e dopo aver a lungo meditato, si è fatto venire la brillante idea di prendersi la licenza per veleggiare nei mari bostoniani. E l’ha presa seriamente, perdiana, questa storia. Con tanto di libroni sul “basic keelboat” sparsi per casa e appunti e disegnini in ogni dove. Dovete sapere che se siete ricconi e la barca vi serve solo per andare a bullarvi per i mari con la panza piena di birra attorniati da tizie in bikini che ballano la macarena e avete pure i denari per assumere uno skipper, ebbene la licenza non vi serve. Potete sbattere il vostro gonfio portafoglio sul bancone, acquistarvi uno yacht (che qui alcuni pronunciano IAT e non IOT, un fatto che mi ha sconvolta non poco) e andare in giro a sollevare le onde  e rompere i cabbasisi ai poveracci come noi che invece, meschini, hanno questo insano desiderio di diventare dei veri e propri lupi di mare e imparare a fare tutti i nodi marinari in fila, perfino. Noi siamo quindi quei poveracci lì, quelli che la barca la devono noleggiare ogni fine settimana e che devono passare le certificazioni.

A proposito, ne ho imparato uno di nodo, per ora: il Figure-eight. Mi sento fighissima.

Il mio contributo in questa avventura non è purtroppo quello di rimanere seduta in barca a godermi il vento tra i capelli e fotografarmi i piedi come nel più bieco fescionblogghismo. Io devo fare il mozzo. E devo fare il mozzo perché l’ingegnere “si deve esercitare” e anche “ma vieni con me che fai un po’ di moto ogni tanto e in barca si sta bene!” E quindi ve lo dico, una volta per tutte: da un paio di mesi io sono diventata Ranocchio. Lo avete mai visto il film di Polanski, Pirati? Ecco, ormai lui mi chiama Ranocchio. La mia funzione dovrebbe essere essenzialmente quella di canticchiare “Il était un petit navire” per allietare il capitano e servire prosciutto e bottiglie di Malaga.

Ci avete creduto? E invece no! Sono un mozzo serio, io! Mi ci sono messa d’impegno e ho imparato un sacco di cose nuove (e ho perso pure un paio di chiletti, che non fa mai male). Ora,  dato che mi hanno riferito che le liste piacciono all’audience, vi snocciolo un agile elenco di  importantissimi fatti che ho appreso in questi due mesi.

1. Il vocabolario nautico ha del poetico, e a volte anche dell’onomatopeico.

Il tell-tale è un pezzetto di stoffa o di filo che si attacca alle vele o ai cavi e che indica la direzione del vento. Io mi sono fissata nel dire “gli storyteller”. Mi confondo sempre e ormai per me si chiamano così. Ti raccontano la storia del vento, come se fosse una favola. E se sono tristi, devi fare di tutto per tirarli su. Tutto ciò è stupendo.

Il boom, invece, è quella trave orizzontale, spesso di legno, a volte di alluminio, che sostiene la base della randa (cazza la randaaaaa!). La sua funzione è quella di cambiare direzione all’improvviso quando meno dell’aspetti mentre veleggi con il vento alle spalle (dicesi downwind). Penso che abbia preso il nome dal rumore che provoca sulle ossa del tuo cranio quando dimentichi di abbassarti e lo incontri all’improvviso.

2. Fare trimming è cosa buona e giusta, ma è meglio usare i guantini.

Dopo aver ammaestrato corde blu a destra e a sinistra (starboard and port) per un’ora e mezza, nemmeno i tuoi amati sail gloves comprati per 20 dollari da L.L.Bean potranno salvare le tue povere mani dall’apparire come due rossi cotechini fuori stagione.

3. Le navi dei pirati esistono ancora.

Prego visionare documentazione fotografica a prova di bomba.

4. Fare foto in barca è difficile.

Tentare di scattare  foto decenti con il Galaxy Note mentre con una mano cerchi di tenerlo in equilibrio e non farlo inghiottire dalle acque del porto e con l’altra cerchi la crema solare protezione 2,540 è particolarmente complicato. Se ci riesci, però, sono soddisfazioni.

5. L’aria di mare non fa bene alla piega. Ma fa bene al cuore.

Dopo due ore in barca anche le donne dotate dei capelli più lucidi e setosi sentiranno il bisogno di darsi una ripassata di balsamo e di piastra. Ma dato che non sono una di loro, io me ne frego bellamente e continuo a fissare l’orizzonte con l’aria di una che la sa lunghissima.

(foto di @chillypho)

24 commenti su “Sailing in the Boston Harbor. Ovvero, la barca a vela vista con gli occhi di un ranocchio

  1. lella1968
    6 agosto 2013

    è sempre una meraviglia leggerti, amica mia!

    • lacinzietta
      6 agosto 2013

      E io provo la stessa cosa leggendo te, Lella🙂 Oggi guardavo le tue foto su FB, e ti vedo così abbronzata, così sorridente, che mi sembri una ragazzina! anzi, sei una ragazzina, siamo due ragazzette noi😀 TVB❤

  2. carpina
    6 agosto 2013

    Wow e ti chiedi come mai hai 680 followers su IG? Ma fai delle foto stupende!😀
    Quindi sei nata di fronte allo Jonio? E dove esattamente? Io son pugliese, di Altamura.. Quindi niente mare in verità, ciò non toglie che ne subisca pienamente il fascino.
    A presto!

    • lacinzietta
      6 agosto 2013

      Sono di Taranto! E come immaginerai mi mancano assurdamente la birra Raffo, le friselle e la puccia😦

      • carpina
        8 agosto 2013

        Maddai vero? Mio padre lavorava nella tua città. Eh bè so come ti senti circa la nostalgia dei nostri sapori pugliesi! Io sto perfezionando l’arte culinaria😉 così non faccio perdere le nostre saporite radici ai miei cuccioli, anche se non tutto si trova..😦

  3. pegappp
    27 luglio 2013

    Beh, che dire se non BUON VENTO?
    E visto il tutto direi che per il prossimo Sharing (Sailing) Workshop potreste anche prendere un aereo e venire anche voi no?
    http://pegaphoto.com/2011/05/24/note-dal-quarto-sharing-workshop/
    Vi aspetto?

  4. pani
    26 luglio 2013

    ti chiameremo Gulliver!

  5. supercaliveggie
    26 luglio 2013

    Che meraviglia! A parte la storia del trimming, che non mi ispira affatto, mi hai fatto venire una voglia pazzesca di barca a vela in quel di Marina del Rey…

    • lacinzietta
      27 luglio 2013

      Ma è pure divertente eh! Io ho scoperto di esserci portata.

  6. La McMusa
    26 luglio 2013

    1. Questo post è bellissimo! 2. Boom in inglese è molto più figo del nostro boma, che sembra il mostro di Loch Ness. 3. Anche io ho subito il fascino del filo storyteller, che anche in italiano ho un bel nome ma non lo ricordo.. 4. Ora vado a diventare una tua seguace su IG! Baci!

  7. yliharma
    26 luglio 2013

    Quello è anche l’unico nodo che conosco io, si usa in arrampicata😉
    Mi fai quasi venire voglia di vela…non fosse che le barche mi terrorizzano😀

    • lacinzietta
      26 luglio 2013

      Nooo come??

      • yliharma
        27 luglio 2013

        eh ho paura dell’acqua (anche se alla fine ho imparato a nuotare) e sentire il movimento sotto i piedi non mi piace per niente😀
        mi limito ai grossi traghetti😉

  8. carla
    26 luglio 2013

    brava, bravissima! Io, al contrario, manco il giro in barca a vela ho ancora fatto…. Quello turistico intendo… Vabbe’, prima o poi ci vado…🙂

    • lacinzietta
      26 luglio 2013

      No vabbé, devi farlo! Qui l’oceano é qualcosa di stupendo…

      • carla
        26 luglio 2013

        cerco sempre compagnia e non la trovo. un giorno di questi mi decido e vado in solitaria!!

      • carla maria
        26 luglio 2013

        prima o poi???????? diciamo piu’ POIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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Questa voce è stata pubblicata il 26 luglio 2013 da in Boston Chronicles, Fotografando, Life con tag , , , , , , , , .

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Il cioccolato non fa domande. Il cioccolato ti capisce. Il cioccolato è tuo amico. Quando ti trovi di fronte a dei delfini disegnati su un muro azzurro, fermati e scatta, anche se ti si stanno ghiacciando le mani dal freddo. #portland A Portland ci ero già stata qualche anno fa e mi era già piaciuta tanto. Stavolta ci siamo tornati in tre, e l'ho trovata ancora piú bella, chissà perché. Felicità è trovare bacon strips e disegnini a colazione. It's Snowvember, baby. Ricomincia la stagione dei tetti bianchi e delle foto fatte dal balcone, in pigiama e coi piedi ghiacciati. Non so bene quando riuscirò a riprendere quell'aereo, ma mia speranza è che non passi molto tempo. Io attendo sempre l'invenzione del teletrasporto. Barchette all'orizzonte. Sono tornata in Italia dopo 5 anni di vita americana, ci sono rimasta 2 settimane, ho fatto solo un decimo di quello che volevo fare e adesso non mi rimane che riguardarmi le foto aspettando che arrivi l'occasione per il prossimo viaggio 💜 La felicità puó consistere anche in una semplice fetta di focaccia con soppressata e funghi mangiata in macchina e in buona compagnia. Puglia, mi manchi assai. Io e le palle di cannone del Castello Aragonese. Perché erano anni che volevo fare questa foto. Io ancora mi chiedo da quale pianeta arrivi. Perché tu sei troppo, troppo di tutto. Un giorno me lo dirai, con parole tue. Mi guarderai, e ci capiremo. Barchette blu che mi ritornano in sogno mentre sono a chilometri di distanza da quel mare antico.

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