Mi sono rimessa al computer un’altra volta. Forse era il momento buono per riprendere i discorsi interrotti. I blog trascurati mi intristiscono. Il mio più di tutti. Dicono in giro che quando aggiorni poco il blog vuol dire che sei impegnato a vivere la vita, quella vera. Forse vale la stessa cosa per me. Più che altro mi perdo nei miei stessi pensieri. Guardo, osservo, rimugino, mi scrivo in testa delle cose, prendo appunti e imbratto taccuini. Il numero di taccuini sulla mia scrivania diventa sempre più inquietante. Ne accumulo di ogni foggia e colore. E accumulo insieme a loro emozioni, sfumature e punti di vista. Bevo latte di soia al cacao come se non ci fosse un domani e mi drogo di “related artists” su Spotify.

Tornare a casa tardi quasi ogni sera stanca morta dopo una giornata di lavoro non mi aiuta certamente a riversare tutto quello che mi attraversa la mente su questa piattaforma, ma ci provo. Ricordo di aver scritto in uno dei miei primi post americani di come la mia sensazione del momento fosse quella di una pseudo-Alice che guarda un mondo nuovo con occhi curiosi e che se al mattino varca la porta del suo ufficio lo fa pensando che sia un po’ un gioco. Lo faccio ancora, ma è diventato un gioco da grandi. Sono capitata in un posto in cui se sai far bene non solo ti fanno fare, ma ti chiedono di farlo ancora, ti ringraziano, ti premiano e ti danno più responsabilità. E io non sono certa venuta fin qui per tirarmi indietro. Quindi va bene impegnarsi, va bene puntare su se stessi, va bene mettercela tutta: sono qui anche per questo.

Mi guardo attorno e quello che vedo mi piace. Ho sviluppato delle piccole ossessioni visive, e accumulo scatti nel mio cellulare. Sono ossessionata dai tetti delle casette in stile New England. Questi tetti spioventi sono uguali a quelli delle case che disegnavo da bambina con i pennarelli colorati. Marrone per le pareti, rosso per il tetto. Sono talmente belli che mi sembrano irreali. Indugiano davanti ai miei occhi tutto il giorno: la prima cosa che vedo al mio risveglio, l’ultima immagine che saluto prima di addormentarmi, dietro il vetro della finestrona in camera da letto. Questi tetti hanno una personalità propria. Li osservi una volta, dieci, cento e ancora non ti stanchi.

Si stagliano appuntiti contro cieli dai colori fiabeschi, che paiono pennellate di un quadro di un autore misconosciuto di cui cerchi inutilmente di ricordare il nome.

1

Il loro profilo spunta contro paesaggi di nuvole mosse e sparpagliate, alle quali cerchi sempre di trovare una forma buffa. Magari sono astronavi di ovatta.

2

Spuntano all’improvviso contro incombenti tramonti infuocati che ti fanno dimenticare all’improvviso tutto quello che stavi facendo. Perché adesso tu esisti solo lì, solo in quel momento, solo per quei colori.

3

Campeggiano contro cieli silenziosi e accecati di luce, mentre giocano a inventarsi forme geometriche, angoli, linee e nuovi teoremi.

4

Poi a volte ti distrai un attimo e cambiano colore, alzi la testa e ti ritrovi un viola allegro appiccicato contro un blu squillante, una coppia di sfumature raggianti che ti fa rimanere senza fiato. E un aereo che passa lì per caso. Ma sarà davvero per caso?

5

L’ho già scritto in precedenza, non ho idea se questo cielo sia così bello per qualche motivo particolare,  non lo so davvero. So soltanto che mi ritrovo a vivere in un posto che sembra Wisteria Lane, pieno di casette rivestite in legno bianco e dai balconcini allineati, dove mi affaccio ogni mattina per salutare le paperelle del laghetto. Che ovviamente sono antipaticissime e mi guardano molto male se solo provo ad avvicinarle.

6

Queste casette con i loro tetti spioventi e i piccoli comignoli per me sono la quintessenza della “casa” come l’ho sempre immaginata. Sogno di averne una tutta mia con 20 stanze e una cucina da 30 metri quadri.

Siamo arrivati a maggio e questo mese sarà quasi un anno che sono qui, nella Nuova Inghilterra. Lo scrivo in italiano perché il nome tradotto del New England mi fa un sempre po’ sorridere. Quasi quasi organizzerei una festa sul blog, se non fossi sempre in corsa contro il tempo.