Il blog della Cinzietta – The Boston Chronicles

Cervello in fuga da qualche parte nel New England

Mi sono svegliata una mattina e il mondo era impazzito

Sono le 3 e mezza di lunedì’ pomeriggio, una giornata qualunque. Sembra un lunedì’ stranamente sereno e senza particolari affanni da inizio settimana. Sono completamente assorbita da un documento aperto sullo schermo del mio pc. Cerco di concentrarmi ma tutto mi distrae. Un attimo prima in pausa caffè avevo aggiornato Facebook con queste parole “Sentire i gabbiani mentre sei seduta alla tua scrivania a lavorare. Sembra un bel lunedì'”. Lo smartphone giace in un angolo della scrivania. Vibra in modo strano, ripetutamente. Troppe notifiche. Dallo schermo mi appaiono messaggi concitati dai miei amici italiani, mi chiedono come sto e se sono al sicuro. Comincio a sentirmi confusa. Corro dalla collega e la trovo li’ davanti al suo pc, quasi ipnotizzata. “C’e’ stata un’esplosione” mi dice “Una tragedia”. Poi scompare dietro una porta col telefonino tra le mani. Sono spaventata senza sapere bene il perché. Non capisco cosa stia succedendo. In sala qualcuno ha acceso la tv. Osservo le loro reazioni come se guardassi un film. Chi si mette le mani davanti alla bocca, chi si guarda attorno smarrito, chi sembra solamente indifferente ma non si stacca un momento da quelle immagini ripetute a rotazione. Siamo lontani dal luogo dell’esplosione, diversi chilometri di distanza ci mettono al riparo dalle conseguenze dello scoppio. Ma scopro presto vagando per gli uffici colleghi che cercano di contattare amici e parenti. Vanno avanti e indietro per i corridoi senza sosta. C’e’ una sorta di agitazione composta nell’aria. Nella stanza accanto una mia collega cerca di rintracciare la madre al telefono e continua a dire sommessamente “Oh my god, oh my god”. Come una cantilena. Un altro sta mandando un sms alla sua ragazza leggendolo ad alta voce. “Corri subito a casa, subito”. Io ho le lacrime agli occhi e continuo a scorrere gli aggiornamenti della CNN. Mi dicono “Non guardare queste foto, c’e’ sangue dappertutto”. Mi chiudo in uno sgabuzzino, non accendo nemmeno la luce, il dito sul numero di mia mamma. Risponde dopo solo un secondo, sento in lontananza l’audio a tutto volume di un televisore, la voce di uno speaker. Lei piange. Mi chiede con la voce spezzata se sto bene. Mi tremano le gambe. “Sto bene, mamma, sto bene, stai tranquilla”. Cerco di respirare. Sono rimasta in apnea troppo a lungo. Poi lui mi viene incontro. Stranito, pallido. Mi dice “Questa mattina volevo chiederti di mollare tutto e venire con me a vedere la maratona. Così scattavi due foto per il blog.”  

Sono le 9 e mezza di venerdì mattina. C’e’ un’atmosfera cupa in ufficio. Ci guardiamo tutti senza dire una parola. La tv al plasma nella cucina comune e’ accesa a tutte le ore e perennemente collegata sulla CNN. Ogni tanto qualcuno si ferma davanti allo schermo con la sua tazza di caffè in mano scuotendo la testa. I miei colleghi che arrivano dalle zone sotto controllo sono rimasti chiusi in casa, non possono usare la macchina o uscire in strada. Nel mio dipartimento siamo dimezzati. Si continua a lavorare come in trance, facendo piccole pause per leggere gli aggiornamenti dai siti. Io continuo a fissare le foto. Continuo a guardare il viso di quel bambino che non c’è più. E continuo a fissare il viso di quel ragazzo, e a pensare a quanto e’ giovane, e a quello che facevo io a 19 anni. E non capisco. Non capisco davvero.
 

Dalla pagina Facebook di Boston, Massachusetts

Non so se  possa farmi più’ male che bene scrivere di quello che ho provato in quei momenti. Questo post è rimasto in draft per molte ore prima di riuscire a cliccare su Publish. Non riesco a farne a meno, tuttavia. Scrivere è uno dei pochi mezzi che ho per tirare fuori quello che ho dentro e lasciarlo lì fuori alla luce, per osservarlo meglio e sottrarlo al buio. Sono andata a letto all’una di notte in questi giorni dopo aver guardato la CNN per ore e rivisto quel maledetto video in loop. Ho dovuto fare uno sforzo non da poco per fissare nella mente la mia posizione attuale nel mondo. Ero a Boston. Sono a Boston. Lontana dall’Italia, dove ci sono tante persone che amo. E voglio dire grazie per tutti i messaggi che ho ricevuto. Grazie per tutti i pensieri che avete avuto nei miei confronti.

Dal sito di Lightbox.time.com

Non ho idea di quali immagini siano arrivate in Italia, ma quella che rimarrà più impressa nella mia mente è questa. E’ stata scattata da un fotografo del Boston Globe, John Tlumacki. Lui racconta quei momenti così.

Ero lì per fotografare l’arrivo della maratona. Sembrava tutto normale. Gente che applaudiva e festeggiava. Poi l’esplosione e il fumo. Una gran nuvola di fumo. E grida disperate. Il contraccolpo mi ha fatto volare via la macchina fotografica. Lì, proprio davanti a me, uno dei corridori caduto a terra. Il mio istinto mi diceva “Prima di tutto, sei un fotografo. E’ questo il tuo lavoro”. Mi sono messo a correre verso il fumo, verso le grida. I poliziotti avevano già sfoderato le pistole. Confusione tutto intorno, nessuno sapeva cosa stava succedendo. La prima cosa che ho visto è stata il sangue. E la rabbia. La gente aveva sul viso un’espressione come se pensasse “E’ la Maratona di Boston, perché ci sta succedendo questo?” Non riesco a paragonarlo a nulla che io abbia già visto. Orrore e rabbia.

Quella foto l’ho scattata pochi secondi dopo l’esplosione. Il corridore era stato spinto via dall’onda d’urto, ed era caduto a terra. I poliziotti reagiscono semplicemente da poliziotti. Non hanno idea di cosa stia accadendo. Tirano fuori le loro armi, guardandosi intorno. Sono vicinissimi al punto dove è scoppiata la bomba, avrebbero potuto rimanere uccisi anche loro.

Da fotografo cerchi di non farti coinvolgere dalle tue emozioni. I can’t think about it — I gotta keep doing what I’m doing.  La cosa che turba di più è che questa è Boston, questa è Libertà. Tutto ciò è accaduto alla presenza delle bandiere di ogni nazione del mondo. Decine e decine di feriti, proprio davanti a quelle bandiere.

Ero scioccato da quanto stavo vedendo. Ero senza parole. Si cerca di usare la fotocamera quasi come uno strumento di difesa, ma dietro quell’obiettivo i miei occhi erano gonfi. Mi sono sempre chiesto cosa si prova ad essere un fotografo di guerra. Vai in Israele, scoppia una bomba e tu sei lì a documentare. Ma non fa per me. Non voglio farlo mai più.

La CNN è riuscita a intervistare il corridore della foto. E’ un vecchietto di 78 anni, si chiama Bill Iffrig. Gli hanno chiesto se la tragedia che era appena successa gli avrebbe tolto la voglia di continuare a correre. L’ho sentito rispondere in diretta “Nemmeno per idea. NO WAY.”

16 commenti su “Mi sono svegliata una mattina e il mondo era impazzito

  1. robert quiet photographer
    25 novembre 2013

    leggo solo ora, dopo mezz’anno questo post. E’ un mondo difficile da capire.
    robert
    PS: cliccherei mi piace, ma non riesco visto l’argomento…

  2. lacinzietta
    5 maggio 2013

    Grazie per i vostri commenti

  3. Michele
    29 aprile 2013

    una follia davvero tremenda

  4. Luna
    26 aprile 2013

    mi vengono le lacrime agli occhi dopo aver letto quanto hai scritto…posso solo immaginare i momenti di terrore che avete vissuto a Boston. E’ veramente incredibile…continuo anche io a chiedermi “perché?”
    un bacio :**

  5. supercaliveggie
    25 aprile 2013

    Hai espresso benissimo l’incredulità e il senso di impotenza davanti a tanta assurdità…Un abbraccio

  6. tittisissa
    21 aprile 2013

    A un certo punto la commozione leggendoti è stata tale e tanta che avrei voluto essere lì per abbracciarti.

  7. Wonderchiari
    21 aprile 2013

    ragazze che robe =(

  8. lau4it
    21 aprile 2013

    Grazie. So bene quanto ti è stato difficile scrivere questo post. Ho vissuto lo sconforto da New York, lontanissima da voi. Mentre lasciavo che le mie emozioni si adagiassero sul telefonino (ho scritto dalla metropolitana, mentre mi recavo al lavoro), il viso mi si è rigato di lacrime e altri passeggeri mi hanno chiesto se stavo bene… Il dramma è questa violenza e odio senza senso, che si aggiunge alla tragedia di per se. A Brooklyn sono state proiettate le parole di M. Luther King jr, spero possano riscaldarti un po’ il cuore come hanno fatto con me: ” darkness cannot drive out darkness, only light can”. Un abbraccio, Laura

  9. LaRobi
    21 aprile 2013

    Davvero quando succedono queste cose penso che il mondo sia impazzito… sembra irreale, o almeno vorrei che lo fosse. Quando ho letto della notizia ero coi miei bimbi e non sono riuscita a gestire razionalmente la situazione, quindi penso di avergli trasmesso la mia ansia e la mia paura. E’ stato brutto, non voglio trovarmi a dover spiegare a loro qualcosa che non capisco nemmeno io.😦 Scrivere fa bene, penso che in certi momenti sia l’unico vero mezzo per elaborare le situazioni… un abbraccio, Robi

    • lacinzietta
      21 aprile 2013

      Grazie Robi, eri in Italia quando è successo? La cosa più angosciante per me è stata vedere quante persone lontane mi stessero pensando in quel momento e non poter far nulla di concreto per rassicurarle.

      • LaRobi
        22 aprile 2013

        Si, si vivo in italia ma ho una cognata a cui sono legatissima che vive anche lei negli States, quindi ogni cosa mi colpisce in modo ancora più violento. Anche se penso che una notizia così non possa lasciarti indefferente ovunque tu viva…

  10. Biancume
    21 aprile 2013

    Grazie per averlo scritto

  11. Bibi
    21 aprile 2013

    piango leggendoti, mi si strappa il cuore. e sono da quest’altra parte, lontana da tutto ciò, ma il tuo racconto colpisce forte. per fortuna che l’hai pubblicato.❤

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Questa voce è stata pubblicata il 21 aprile 2013 da in Boston Chronicles, Fotografia, Life, Pensieri sparsi con tag , , .

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Il cioccolato non fa domande. Il cioccolato ti capisce. Il cioccolato è tuo amico. Quando ti trovi di fronte a dei delfini disegnati su un muro azzurro, fermati e scatta, anche se ti si stanno ghiacciando le mani dal freddo. #portland A Portland ci ero già stata qualche anno fa e mi era già piaciuta tanto. Stavolta ci siamo tornati in tre, e l'ho trovata ancora piú bella, chissà perché. Felicità è trovare bacon strips e disegnini a colazione. It's Snowvember, baby. Ricomincia la stagione dei tetti bianchi e delle foto fatte dal balcone, in pigiama e coi piedi ghiacciati. Non so bene quando riuscirò a riprendere quell'aereo, ma mia speranza è che non passi molto tempo. Io attendo sempre l'invenzione del teletrasporto. Barchette all'orizzonte. Sono tornata in Italia dopo 5 anni di vita americana, ci sono rimasta 2 settimane, ho fatto solo un decimo di quello che volevo fare e adesso non mi rimane che riguardarmi le foto aspettando che arrivi l'occasione per il prossimo viaggio 💜 La felicità puó consistere anche in una semplice fetta di focaccia con soppressata e funghi mangiata in macchina e in buona compagnia. Puglia, mi manchi assai. Io e le palle di cannone del Castello Aragonese. Perché erano anni che volevo fare questa foto. Io ancora mi chiedo da quale pianeta arrivi. Perché tu sei troppo, troppo di tutto. Un giorno me lo dirai, con parole tue. Mi guarderai, e ci capiremo. Barchette blu che mi ritornano in sogno mentre sono a chilometri di distanza da quel mare antico.

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