Mi sono svegliata una mattina e il mondo era impazzito

Sono le 3 e mezza di lunedì’ pomeriggio, una giornata qualunque. Sembra un lunedì’ stranamente sereno e senza particolari affanni da inizio settimana. Sono completamente assorbita da un documento aperto sullo schermo del mio pc. Cerco di concentrarmi ma tutto mi distrae. Un attimo prima in pausa caffè avevo aggiornato Facebook con queste parole “Sentire i gabbiani mentre sei seduta alla tua scrivania a lavorare. Sembra un bel lunedì'”. Lo smartphone giace in un angolo della scrivania. Vibra in modo strano, ripetutamente. Troppe notifiche. Dallo schermo mi appaiono messaggi concitati dai miei amici italiani, mi chiedono come sto e se sono al sicuro. Comincio a sentirmi confusa. Corro dalla collega e la trovo li’ davanti al suo pc, quasi ipnotizzata. “C’e’ stata un’esplosione” mi dice “Una tragedia”. Poi scompare dietro una porta col telefonino tra le mani. Sono spaventata senza sapere bene il perché. Non capisco cosa stia succedendo. In sala qualcuno ha acceso la tv. Osservo le loro reazioni come se guardassi un film. Chi si mette le mani davanti alla bocca, chi si guarda attorno smarrito, chi sembra solamente indifferente ma non si stacca un momento da quelle immagini ripetute a rotazione. Siamo lontani dal luogo dell’esplosione, diversi chilometri di distanza ci mettono al riparo dalle conseguenze dello scoppio. Ma scopro presto vagando per gli uffici colleghi che cercano di contattare amici e parenti. Vanno avanti e indietro per i corridoi senza sosta. C’e’ una sorta di agitazione composta nell’aria. Nella stanza accanto una mia collega cerca di rintracciare la madre al telefono e continua a dire sommessamente “Oh my god, oh my god”. Come una cantilena. Un altro sta mandando un sms alla sua ragazza leggendolo ad alta voce. “Corri subito a casa, subito”. Io ho le lacrime agli occhi e continuo a scorrere gli aggiornamenti della CNN. Mi dicono “Non guardare queste foto, c’e’ sangue dappertutto”. Mi chiudo in uno sgabuzzino, non accendo nemmeno la luce, il dito sul numero di mia mamma. Risponde dopo solo un secondo, sento in lontananza l’audio a tutto volume di un televisore, la voce di uno speaker. Lei piange. Mi chiede con la voce spezzata se sto bene. Mi tremano le gambe. “Sto bene, mamma, sto bene, stai tranquilla”. Cerco di respirare. Sono rimasta in apnea troppo a lungo. Poi lui mi viene incontro. Stranito, pallido. Mi dice “Questa mattina volevo chiederti di mollare tutto e venire con me a vedere la maratona. Così scattavi due foto per il blog.”  

Sono le 9 e mezza di venerdì mattina. C’e’ un’atmosfera cupa in ufficio. Ci guardiamo tutti senza dire una parola. La tv al plasma nella cucina comune e’ accesa a tutte le ore e perennemente collegata sulla CNN. Ogni tanto qualcuno si ferma davanti allo schermo con la sua tazza di caffè in mano scuotendo la testa. I miei colleghi che arrivano dalle zone sotto controllo sono rimasti chiusi in casa, non possono usare la macchina o uscire in strada. Nel mio dipartimento siamo dimezzati. Si continua a lavorare come in trance, facendo piccole pause per leggere gli aggiornamenti dai siti. Io continuo a fissare le foto. Continuo a guardare il viso di quel bambino che non c’è più. E continuo a fissare il viso di quel ragazzo, e a pensare a quanto e’ giovane, e a quello che facevo io a 19 anni. E non capisco. Non capisco davvero.
 
Dalla pagina Facebook di Boston, Massachusetts

Non so se  possa farmi più’ male che bene scrivere di quello che ho provato in quei momenti. Questo post è rimasto in draft per molte ore prima di riuscire a cliccare su Publish. Non riesco a farne a meno, tuttavia. Scrivere è uno dei pochi mezzi che ho per tirare fuori quello che ho dentro e lasciarlo lì fuori alla luce, per osservarlo meglio e sottrarlo al buio. Sono andata a letto all’una di notte in questi giorni dopo aver guardato la CNN per ore e rivisto quel maledetto video in loop. Ho dovuto fare uno sforzo non da poco per fissare nella mente la mia posizione attuale nel mondo. Ero a Boston. Sono a Boston. Lontana dall’Italia, dove ci sono tante persone che amo. E voglio dire grazie per tutti i messaggi che ho ricevuto. Grazie per tutti i pensieri che avete avuto nei miei confronti.

Dal sito di Lightbox.time.com

Non ho idea di quali immagini siano arrivate in Italia, ma quella che rimarrà più impressa nella mia mente è questa. E’ stata scattata da un fotografo del Boston Globe, John Tlumacki. Lui racconta quei momenti così.

Ero lì per fotografare l’arrivo della maratona. Sembrava tutto normale. Gente che applaudiva e festeggiava. Poi l’esplosione e il fumo. Una gran nuvola di fumo. E grida disperate. Il contraccolpo mi ha fatto volare via la macchina fotografica. Lì, proprio davanti a me, uno dei corridori caduto a terra. Il mio istinto mi diceva “Prima di tutto, sei un fotografo. E’ questo il tuo lavoro”. Mi sono messo a correre verso il fumo, verso le grida. I poliziotti avevano già sfoderato le pistole. Confusione tutto intorno, nessuno sapeva cosa stava succedendo. La prima cosa che ho visto è stata il sangue. E la rabbia. La gente aveva sul viso un’espressione come se pensasse “E’ la Maratona di Boston, perché ci sta succedendo questo?” Non riesco a paragonarlo a nulla che io abbia già visto. Orrore e rabbia.

Quella foto l’ho scattata pochi secondi dopo l’esplosione. Il corridore era stato spinto via dall’onda d’urto, ed era caduto a terra. I poliziotti reagiscono semplicemente da poliziotti. Non hanno idea di cosa stia accadendo. Tirano fuori le loro armi, guardandosi intorno. Sono vicinissimi al punto dove è scoppiata la bomba, avrebbero potuto rimanere uccisi anche loro.

Da fotografo cerchi di non farti coinvolgere dalle tue emozioni. I can’t think about it — I gotta keep doing what I’m doing.  La cosa che turba di più è che questa è Boston, questa è Libertà. Tutto ciò è accaduto alla presenza delle bandiere di ogni nazione del mondo. Decine e decine di feriti, proprio davanti a quelle bandiere.

Ero scioccato da quanto stavo vedendo. Ero senza parole. Si cerca di usare la fotocamera quasi come uno strumento di difesa, ma dietro quell’obiettivo i miei occhi erano gonfi. Mi sono sempre chiesto cosa si prova ad essere un fotografo di guerra. Vai in Israele, scoppia una bomba e tu sei lì a documentare. Ma non fa per me. Non voglio farlo mai più.

La CNN è riuscita a intervistare il corridore della foto. E’ un vecchietto di 78 anni, si chiama Bill Iffrig. Gli hanno chiesto se la tragedia che era appena successa gli avrebbe tolto la voglia di continuare a correre. L’ho sentito rispondere in diretta “Nemmeno per idea. NO WAY.”


16 thoughts on “Mi sono svegliata una mattina e il mondo era impazzito

  1. mi vengono le lacrime agli occhi dopo aver letto quanto hai scritto…posso solo immaginare i momenti di terrore che avete vissuto a Boston. E’ veramente incredibile…continuo anche io a chiedermi “perché?”
    un bacio :**

  2. Grazie. So bene quanto ti è stato difficile scrivere questo post. Ho vissuto lo sconforto da New York, lontanissima da voi. Mentre lasciavo che le mie emozioni si adagiassero sul telefonino (ho scritto dalla metropolitana, mentre mi recavo al lavoro), il viso mi si è rigato di lacrime e altri passeggeri mi hanno chiesto se stavo bene… Il dramma è questa violenza e odio senza senso, che si aggiunge alla tragedia di per se. A Brooklyn sono state proiettate le parole di M. Luther King jr, spero possano riscaldarti un po’ il cuore come hanno fatto con me: ” darkness cannot drive out darkness, only light can”. Un abbraccio, Laura

  3. Davvero quando succedono queste cose penso che il mondo sia impazzito… sembra irreale, o almeno vorrei che lo fosse. Quando ho letto della notizia ero coi miei bimbi e non sono riuscita a gestire razionalmente la situazione, quindi penso di avergli trasmesso la mia ansia e la mia paura. E’ stato brutto, non voglio trovarmi a dover spiegare a loro qualcosa che non capisco nemmeno io. 😦 Scrivere fa bene, penso che in certi momenti sia l’unico vero mezzo per elaborare le situazioni… un abbraccio, Robi

    1. Grazie Robi, eri in Italia quando è successo? La cosa più angosciante per me è stata vedere quante persone lontane mi stessero pensando in quel momento e non poter far nulla di concreto per rassicurarle.

      1. Si, si vivo in italia ma ho una cognata a cui sono legatissima che vive anche lei negli States, quindi ogni cosa mi colpisce in modo ancora più violento. Anche se penso che una notizia così non possa lasciarti indefferente ovunque tu viva…

  4. piango leggendoti, mi si strappa il cuore. e sono da quest’altra parte, lontana da tutto ciò, ma il tuo racconto colpisce forte. per fortuna che l’hai pubblicato. ❤

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