A volte mi ricordo anche di finire di scrivere i post

Riassunto della puntata precedente: cliccate qui sotto e e andate a leggervi come passare un pomeriggio all’Istituto di Arte Contemporanea di Boston e godervi un po’ di arte a strapiombo sull’Oceano Atlantico.

Una diapositiva di noi due impegnatissimi a goderci l’oceano dopo aver girato per tutto l’ICA per due ore e mezza

Ho il vizio di fare foto alle opere che più mi colpiscono ogni volta che vado in giro per mostre.  All’ICA non è stato da meno. In genere qui non c’è problema a scattare qualche foto nei musei o nelle esposizioni, non ti saltano addosso come iene inferocite con la bava alla bocca. Si limitano allo sguardo da facepalm e al monito severo ma fermo, alla Picard, se osi far finta di non aver visto quel simbolino a forma di macchinetta fotografica sbarrata.

Tu, persona civile e infusa di bonton, non ti sogneresti mai di ignorare palesemente quel simbolino. Come certi connazionali che ho visto a Parigi anni fa, intenti a bivaccare davanti a un Van Gogh e a sparaflesciarsi a vicenda. Il vecchio Vincent li avrebbe privati di entrambi i padiglioni auricolari all’istante. E con mucho gusto, pure.

D’altronde sarebbe più facile segnarsi titolo e autore delle foto che mi colpiscono e cercarle poi con calma in rete. Ma volete mettere la soddisfazione di avere sul proprio blog uno scatto storto e sfocato della foto che più ti piace appesa alla parete? Fa tanto blogger figo.

Ma tagliamo corto con le baggianate e andiamo al sodo. Le tre artiste di cui mi sono portata a casa un ricordo e una voglia matta di approfondire il loro lavoro sono state tre: Anne Collier, Sophie CalleCarrie Mae Weems.

Open Book #3, Anne Collier (2010)

Un libro aperto, un libro illustrato che mostra la vista di un oceano. Una distesa blu, qualche onda a increspare la superficie. Due mani sorreggono il volume e lo tengono aperto di fronte allo spettatore. Le mani di una persona che non vediamo. E’ un libro, ma è anche una finestra, dove mi affaccio per osservare meglio quelle onde e quel cielo rannuvolato. Sembra un sogno, una visione fantastica. Ma c’è qualcosa che mi distrae, che mi riporta alla realtà. Quelle mani mi fanno capire che non sono l’unica spettatrice di quella visione. E’, anche questa, la foto di una foto. Una foto riprodotta in un libro. Un cerchio che non si chiude. Un’illusione. Un gesto che suggerisce una distanza tra me e quella stessa visione riprodotta. Non per questo meno piacevole, ma comunque distante, irraggiungibile. Sono affascinata da questa foto, sono rimasta lì davanti per 20 minuti buoni. C’è il mio riflesso sul vetro, un particolare che mi diverte sempre. Quella distesa di acqua salata era talmente lontana da me quanto il Boston Harbor era vicino, a portata di mano.

The Shadow, Sophie Calle, 1981

Anche la Calle è autrice di un’opera nella quale osservatore e realtà osservata si confondono. The Shadow, composta da un insieme di testi e foto, si annuncia così, nelle sue parole: “Nell’aprile del 1981, dietro mia richiesta, mia madre ingaggiò un investigatore privato. Doveva seguirmi dappertutto di nascosto e, senza sapere nulla del mio progetto, fornire le testimonianze fotografiche della mia esistenza”.

La Calle conduce l’ignaro detective lungo i luoghi più importanti della propria vita, per le strade di Parigi. Ogni momento della giornata di questo “inseguimento” viene esposto e descritto con una foto e due testi. Da un lato il rapporto formale del detective, che illustra oggettivamente le azioni della donna in quel preciso momento, data, luogo e ora. Dall’altro una descrizione dello stesso momento da parte dell’artista stessa, che ripercorre come in un diario personale le emozioni e i colori di quel preciso momento immortalato nello scatto. Le sue parole stridono in contrasto con la descrizione asettica dell’uomo e con le sue foto dall’apparenza banale.  Il vero senso della vita di Sophie e delle sue giornate non può essere conosciuto per davvero. La realtà di ogni soggetto pensante non può essere conosciuta. Sembra una condanna. Intuita, spiata, ma mai del tutto compresa.

Una ricerca della propria identità che fallisce nel tentativo di fornire una completa spiegazione alla sua esistenza: il suo volto in queste foto scattate a sua insaputa non viene mai mostrato. La Calle appare sempre come sotto forma di fantasma, di ombra, di figura indefinita. “Ogni singolo essere umano rimane un mistero, non importa quanto spesso si riesca a catturare la superficie della sua realtà. E’ una parabola dei nostri tempi.”

American Icons, Carrie Mae Weems, 1988-89

Il trittico della serie “American Icons” di Carrie Mae Weems è invece in apparenza una serie di oggetti di uso comune: un posacenere, un reggi-lettere e alcuni semplici utensili da cucina. Eppure è una serie di scatti dove la Weems esplora il perpetuarsi degli stereotipi afro-americani all’interno della cultura occidentale. Proprio in quegli anni la Weems si discosta dalla fotografia documentaria per dedicarsi a una “rappresentazioni della realtà” più realistica della realtà stessa. Oggetti di uso quotidiano che appaiono innocui sono invece veicolo di un razzismo subdolo, quello interiorizzato e ormai inconscio. Rendetevene conto voi stessi osservando con attenzione tutta la serie. Quel set sale e pepe vi dice nulla?

E bisognerebbe anche parlare della Sherman. Ma per il momento mi fermo qui. Finisco di togliere le briciole di pizza dalla tastiera e me ne vado a nanna.


2 thoughts on “A volte mi ricordo anche di finire di scrivere i post

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...