Da quando mi sono trasferita a Boston non perdo l’occasione per visitare qualsiasi museo o esposizione mi capiti a tiro e, come dicevo qui, in questa città c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Finora ho visto tante cose bellissime e interessanti ma non sono riuscita a postare tutto, la mia cartella Draft si appesantisce sempre di più ma ormai la buona volontà mi pervade e al grido di “Emmobbasta veramente però”  ho deciso coraggiosamente di pubblicare tutto quello che ho scritto in questi mesi.

Il fatto è, carissimi, che sono troppo, troppo autocritica e perfezionista. E se il post non è scritto come dico io non lo posto, e se le foto non sono venute come dico non le posto, e se mi prude il braccio non posto, e se ho un inizio di rinite allergica non le posto, e se la mia caviotta mi guarda storto allora non posto. Insomma, ogni scusa è buona per non portare a termine quello che sarà uno dei miei più grossi obiettivi del 2013: postare almeno due volte alla settimana. Quindi, da ora in poi, se lascio la Reflex a casa, se mi arrangio col Galaxy Note alla mano, se le foto sono sfocate, storte, smangiucchiate, sovraesposte, sottoesposte, graffiate, impolverate, sporche di Nutella e via discorrendo, se mi piacciono io le posto lo stesso. Fatevene una ragione.

Per non parlare della mia proverbiale capacità di concentrazione, praticamente paragonabile alla memoria a breve termine  di una farfalla. Cinque minuti e 32 secondi. Mi siedo per scrivere col mio fido netbook bianco davanti, tutta contenta della mia decisione, e subito vengo assalita da un irrefrenabile impulso a controllare le mie notifiche su FB o a  guardarmi le imprese dell’ennesimo gattino su Instagram, e altre faccende importantissime per la mia esistenza sul pianeta Terra, e perdo tempo come solo io riesco a fare. E poi devo fare le mie ricerche dettagliate, approfondire, ponderare, decidere, rivedere, controllare. Neanche stessi scrivendo una delle mie vecchie tesine universitarie sulla figura dell’Amleto nella cinematografia di Branagh, perbacco, o se stessi scindendo l’atomo. Ma adesso tutto cambierà. Certo. Sicuro. Suvvia, almeno ci provo.

La proposta della domenica mattina è stata più o meno questa, e questo scambio di battute ben rappresenta le normali conversazioni in Casa Cinzietta.

– Dai, preparati che ti porto all’Istituto di Arte Contemporanea.

 – Sì, ma si mangia pure?

– Come no, c’è anche il ristorante all’interno.

 – Allora andiamo.

In pratica solo un disinteressato amore verso l’arte (e SOLTANTO verso l’arte), è ciò che ci induce a spostarci, che sia ben chiaro.

Avevo già letto un bel po’ di feedback in rete, come faccio sempre, sull’Institute of Contemporary Art, o ICA per gli amici, e non sono rimasta delusa. Innanzitutto ha una vista meravigliosa, e dico meravigliosa, sul Waterfront di Boston, una visione da mozzare il fiato.

The Institute of Contemporary Art
Waterfront

L’edificio è caratterizzato da una forma “a nastro ripiegato” e da una sorta di grossa mensola dalle pareti di vetro  che si estende fin sopra il livello dell’oceano, ed è stato ideato proprio per fungere da spazio contemplativo dove godere delle opere d’arte esposte. Dall’aldiquà di quelle pareti trasparenti lunghe oltre 40 metri del 4° piano ho sperimentato una delle viste più spettacolari del Boston Harbour.

Vista dal quarto piano

Restare lì seduti a guardare la distesa azzurra si conferma un ottimo momento zen. Se poi si fa qualche passo in più e si va a visitare la Mediateca, ci si ritrova seduti quasi a strapiombo sull’oceano. Direi che è un’esperienza da consigliare caldamente.

Per non parlare del Water Cafè al primo piano, dove ho bevuto uno dei migliori Earl Grey della mia vita (sì, il ristorante era già chiuso, così imparo!)

logo

Le esposizioni che ospita l’ICA sono sempre degne di nota. Quella attuale, che si può visitare fino ai primi giorni di marzo, si chiama This will have been: Art, Love & Politics in the 1980s”. Un’esposizione che esplora l’arte  femminile, omosessuale e di colore, e che comprende opere di autori come Koons, Basquiat, Richter, Haring e Mapplethorpe.

Keith Haring
drawing in New York Subway, Tseng Kwong Chi (1985)

Le sezioni da visitare sono 4. The End is Near esamina il concetto di fine, dell’arte pittorica, del modernismo, della storia, Democracy si concentra sull’elemento della strada, sui i mezzi di comunicazione di massa e sulla politica, Gender Trouble, analizza le implicazioni del movimento femminista degli anni ’70 ed esplora il concetto di sessualità e di genere, Desire and Longing si concentra sulla nozione di desiderio e di perdita legati alla tecnica artistica.

We Are All Created Equal, Alfredo Jaar, 1984
The Advantages of Being a Woman Artist, Guerrilla Girls, 1989

La collezione permanente non è da meno e ospita, tra le altre, opere di Nan Goldin e Cindy Sherman. Un vero peccato che non tutte siano esposte. Della Sherman attualmente in mostra c’è anche in visione un video molto interessante con una sua intervista da giovanissima, che purtroppo non sono riuscita a trovare su Youtube ma che mi ha spinto a mettere in cantiere un post dedicato solo ed esclusivamente a lei.

Una sorpresa inaspettata per me è stata ritrovarmi davanti al famoso Rabbit di Jeff Koons. Che ho pensato essere davvero, nella mia ingenuità dei primi 30 secondi, un palloncino gonfiabile argentato  a forma di coniglio. Mi sono ricreduta solo dopo aver letto “stainless steel” sulla targhetta fissata al muro. Doh! So essere molto perspicace quando voglio, dovete avete pazienza con me. Era così puccioso che volevo comprarmelo e portarmelo a casa. Mi hanno riferito tuttavia essere oltremodo costoso. Ho rinunciato.

Per riprendermi mi sono messa subito a studiare un saggio di psicologia.

Rabbit, Jeff Koons, 1986

E non è mica è finita qui. Dovrete aspettare il prossimo post però per dare un’occhiata a tutto il resto, primo perché sono cattivissima, ma soprattutto perché ho sonno. Ma non mi offendo se metterete il tutto nella vostra agendina del chissenefrega e vi dimenticherete di passare di qui per la seconda puntata.