Strangers. Again?

“Caro sconosciuto, sono un’artista che lavora a un progetto che riguarda persone che non conosco. Vorrei scattarti una foto mentre sei in piedi davanti alla finestra di casa tua.

Una della prossime sere posizionerò la mia macchina fotografica fuori dalla tua finestra, nascosta da qualche parte. Se non ti disturba l’idea di essere fotografato per favore mettiti in piedi al centro della finestra e guarda fuori per dieci minuti, precisamente il giorno X alle ore X.

Scatterò la foto di nascosto e poi andrò via. Non ci incontreremo. Se troverò le tende chiuse capirò che non sei interessato.”

Prima o poi dovrò fermarmi un attimo a riflettere sul perché sono così affascinata dai progetti fotografici che portano il titolo di Strangers, e sul perché questa parola e il solo concetto che essa cela suscitino tali emozioni dentro di me da sentire un impellente bisogno di parlarne, di buttare tutto fuori.

Shizuka Yokomizo è un’artista giapponese che vive in Inghilterra. La sua serie intitolata “Dear Stranger” (1998-2000) sembra indagare l’incontro tra il soggetto fotografato e il soggetto fotografante che cattura l’immagine, il momento preciso del confronto tra osservatore e osservato. Yokomizo tenta di stabilire un primo contatto in un modo originale: lasciando una lettera anonima negli appartamenti degli involontari “modelli”, chiedendo loro di posare dietro una finestra in una determinata ora e data. Le regole da seguire sono molto semplici: accendere le luci di casa, rimanere così come sono, vestiti come ogni giorno, nulla di nuovo o di particolare, guardare fuori, e attendere. Se Yokomizo troverà le tende chiuse, tradurrà il gesto come un cortese diniego. Altrimenti sarà lì, con il suo cavalletto, solo un’ombra scura indistinta in lontananza, immersa nel buio della sera, pronta a catturare la loro immagine.

Osservate le foto che compongono questa serie. Ognuna di loro racchiude un momento di vita sospeso ma non rubato all’intimità del soggetto, che rimane complice dell’atto stesso. Dal linguaggio non verbale (soprattutto dalle espressioni dei visi e dalla posizione delle mani) comprendiamo che alcuni di loro sono sulla difensiva, altri divertiti, incuriositi, altri intimiditi, alcuni forse anche nervosi, sospettosi. Questi strangers sanno che il fotografo è lì per immortalarli, sono figure solitarie ma allo stesso tempo consapevoli. Due soggetti tra loro estranei, uniti soltanto dalla macchina fotografica, le finestre a far loro da cornice. E’ la fotografia di un incontro deciso in precedenza, distante e intimo allo stesso tempo. Potevano rifiutarsi, e invece sono lì, a guardare verso un punto dell’orizzonte dove immaginano esserci qualcuno che, alla fine, non incontreranno mai, a cui non rivolgeranno nemmeno una parola. “I exist as a stranger, they exist as strangers.” 

L’importanza del tutto è nell’atto dell‘incontro, un faccia a faccia che dura meno di dieci minuti e che apparentemente non lascia tracce dietro di sé. Un atto a due che assumerà significato finale soltanto quando diventerà un atto a tre: mostrando l’immagine a un terzo spettatore, noi. “My work is completed only when the viewer stands in front af it.” 

Io rimango qui, spettatore esterno, e osservo questi volti estranei, cercando di inventare delle storie su di loro, immaginando come potrebbe essere la loro vita, fantasticando sul significato dei loro sguardi.


17 thoughts on “Strangers. Again?

  1. questo progetto affascina sul serio! avevo letto qualche tempo fa di una fotografa americana che fa una cosa simile per certi aspetti. Praticamente fotografa le finestre con il teleobiettivo, però senza che i soggetti si accorgano di lei. Quasi da stalker, ma le foto che tira fuori sono veramente belle e molto intime.
    un bacio cara

  2. intrigante è l’aggettivo che cercavo per definire questo progetto. a cui associo l’ambiguità del vetro, i riflesso, il vedo-non vedo, i giochi di luce, le deformazioni. how, che trip! grazie per la segnalazione

  3. Un’idea che mi piace tantissimo, e sottoscrivo in pieno quanto dice pegappp.
    A quel punto, tutte queste persone non saranno più sconosciuti, ma “estranei conosciuti”… in un modo non qualunque. E, appunto, in un “rapporto a tre”. Che bello, che bello… dà un senso di pienezza, di intimità.

  4. Bellissimo articolo e bellissimo progetto, lo ribadisco… Ma soprattutto quoto in pieno: “L’importanza del tutto è nell’atto dell‘incontro”, per tutte le foto che realizziamo, andiamo incontro alla persona, con modalità diverse, conosciamo la sua/loro storia e poi, viene la foto…Bellissimo!!!
    Quando passeggio in una città a volte, vedo tutti questi visi estranei, ma bellissimi, e mi verrebbe da fermarli per conoscere la loro storia
    🙂
    Ste

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