Premesso che ho la febbre e che se tossisco un altro po’ il polmone comincerà a ballare da solo per la stanza, premesso che da due giorni il Bisolvon e la Tachipirina sono i miei amici più cari, premesso che le mie sinapsi sono in fase catatonica e che qui si cerca di “farmi spurgare il virus” con massicce dosi di blues (giusto per capirsi, il Dart mi sta facendo ascoltare in loop codesto pezzo), ecco, premesso tutto ciò, sappiate che il presente post è scaturito da mesi e mesi di riflessione (addirittura) e da una bella chiacchierata con la mia dolce metà davanti ad una pizza superfarcita. Perché ci sono quei momenti, fortunatamente per me non rari, in cui ti rendi conto che non hai puntato sul cavallo sbagliato, anni fa, e che se stiamo ancora  insieme dopo tutto questo tempo ci sarà un perché (e qua dovrebbe partire l’imitazione di Cocciante fatta da Fiorello, giusto per sdrammatizzare un po’).

Mi sento vecchia a dirlo, ma posso dire di navigare in Internet da circa 15 anni, cioè  dal 1997. Ho un ricordo molto vivido della mia “ora zero”.  Ero salita a Bologna da Taranto da pochi giorni per iscrivermi alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere e presentare la domanda per la borsa di studio, e una certa persona che ho nominato prima mi aveva introdotto di soppiatto nella sala computer della Facoltà di Ingegneria. Quel giorno mi sistemai davanti ad un pc collegato in rete e ci rimasi, non scherzo, almeno 6 ore, senza mai staccarmi dal monitor. La navigata più lunga della mia vita. Nel giro di sei ore avevo testato tutti i motori di ricerca dell’epoca (vi ricordate Altavista?), avevo aperto il mio primo account email (con hotmail… ma esiste ancora?), avevo tirato giù informazioni e appunti per le mie ricerche e scritto a gente dall’altra parte del mondo rompendo le scatole per non so più quali questioni. Di lì  a poco imparai a usare il linguaggio HTML e mi creai un sito personale che gestivo direttamente caricando i vari file in FTP. Mi sentivo una smanettona. Ed ero anche ingenua. Negli anni su quel sito ci ho messo di tutto: le foto della laurea, le foto del matrimonio, il mio diario del giorno per giorno, le mie riflessioni, i miei pensieri. Tutta roba che poteva essere letta da chiunque. Quel sito è durato anni ed è stato cancellato nel giro di due giorni, così, dopo una mia decisione repentina. Nel 2002 aprii il mio primo blog su Splinder. Splinder per me è stata davvero una scoperta, una seconda casa. Ho conosciuto persone che sono diventate amicizie virtuali prima e, in seguito, anche reali. Alcuni me li porto dietro ancora adesso. Altri no, ma è meglio così. Splinder adesso non c’è più.  Molti blog sono andati persi. Io sono riuscita a scaricare tutto il blog nell’ hard-disk e ogni tanto me lo vado a rileggere. Prima o poi lo unirò a questo, almeno parzialmente. Perché contiene troppa vita vissuta, troppe parole e troppe emozioni per perdersi così nel nulla. E adesso sono arrivata qui, su WordPress.

Ero felice di aver riaperto un blog. Senza scrivere e senza condividere non ero a mio agio. Questo l’ho capito fin  troppo bene. Gli anni nei quali gli impegni di lavoro mi avevano portato via tutto il mio tempo libero erano stati troppo dolorosi. Tornavo a casa la sera e non avevo più voglia di sedermi alla scrivania, di tirare fuori la mia Moleskine rossa, di editare le foto, di leggere i miei libri. Gli impegni mi stavano succhiando la vita, o almeno quella parte di vita che mi permetteva di esprimermi. Non sarei andata molto lontano, in questo modo. L’insoddisfazione era troppa. La decisione di continuare l’ho presa l’anno scorso. Ma mi mancava ancora il coraggio di andare fino in fondo. Ho decine di post in bozza e non ancora pubblicati. Il motivo? Un eccesso di autocritica che mi consumava. Il chiedersi di continuo se quello che avrei scritto o se le foto che avrei postato sarebbero piaciute o meno. Non so se tutta questa insicurezza è nata in seguito ad un episodio particolare. So per certo, però, che mi ero bloccata. Avevo tante cose da dire, e avevo quasi paura di dirle. Avevo paura di uscire dal mio angolino.

Ne ho parlato per ore, ho cercato di analizzarmi, ho blaterato e rimuginato, e alla fine sono giunta ad una conclusione totalmente ovvia e banale. Quelle banalità che hai sotto gli occhi tutti i giorni e che sono talmente trasparenti da non riuscire a vederle, anche se te le sbattono in faccia. E’ impossibile piacere a tutti. E’ impossibile  ricevere sempre e comunque  feedback positivi. Ed è impossibile che ti piacciano tutti allo stesso modo.  Essere me stessa  è quello che, nonostante tutto,  mi riesce meglio. Quando cerco di fingere, fingo malissimo. E chi mi ama, mi segua. Anche, e soprattutto, nella vita reale. Ho tagliato tanti di quei rami secchi, in questi mesi, che a pensarci mi fa quasi paura, soprattutto finte amicizie travestite da nevrosi. E non ho più paura di confessare, a me stessa per prima, quello che mi fa stare bene e quello che invece mi causa malessere. Anche se qualcuno può non gradire. Crescere per me significa anche avere il coraggio di prendere quella strada, di seguire quel cammino, di guardare in quel pozzo anche se continuano a dirti di non farlo. O magari di buttarmi in qualcosa che è più di grande di me. Forse anche di cadere, per poi rialzarmi, togliermi la polvere di dosso e proseguire.

Continuerò a fare ciò che mi piace e a parlarne su questa pagine. Non ho nulla da nascondere. Non ho più bisogno di un blog privato. Ho la fortuna di non dover indossare una maschera ogni giorno e fingermi ciò che non sono. Sono ciò che sono e amo ciò che ero e ciò che sono diventata. Quando mi guardo allo specchio vedo troppe occhiaie, vedo un triplo mento, vedo un naso a patata ma nonostante tutto, quello che vedo mi piace. E mi piace la mia testa.

Il Dart ha liquidato il tutto con un lapidario “Ti fai troppe seghe mentali. Fai solo quello che ti fa stare bene. E fanculo tutto il resto.”  Devo ringraziarlo per questo suo profondo dono della sintesi.

Vi lascio con una delle foto scattate durante il mio giretto turistico a Roma e Firenze, le altre arriveranno presto, assieme a tante altre accumulate negli ultimi mesi. Se penso che devo ancora postare quelle fatte a Boston in agosto…

Una mattina, a Roma.