Life begins at the end of your comfort zone

Il dado è tratto. La decisione  è stata presa, l’email è stata inviata, i documenti sono stati richiesti. Succede che, tra qualche settimana, ci trasferiamo negli Stati Uniti. Precisamente a Boston, la città più “europea” del continente americano. Ogni volta che mi trovo a dare questa notizia a qualche conoscente la prima domanda che ne scaturisce è “Perché?” Per lavoro, è la risposta giusta. Perché un sogno che si avvera, è la risposta che darei davvero. Qualcosa per la quale abbiamo lavorato tanto.

Potrei dire che sono entusiasta e felicissima e tutti i blablabla del caso ma la verità è che, seppure io non stia nella pelle da circa tre mesi, cioè da quando ho avuto la notizia, sono sulle spine e me la sto facendo sotto allegramente. Passo la giornata guardando oggetti a caso ed esclamando sprazzi di sagacia del tipo “Ma ci sarà la zuppa di lenticchie a Boston? Ma esisteranno gli evidenziatori azzurri a Boston? Ma si potrà fare la scarpetta col sugo rimasto nel piatto a Boston?” Insomma, domande pregnanti e frutto di una mente confusa, che deve ancora fare pace con la notizia.

Passo il tempo libero impacchettando, guardando appartamenti in rete e preparando grossi sacchi neri di roba da buttare. La parte positiva del trasloco è questa. Tutti dovrebbero traslocare ogni 4 anni. Il senso di catarsi dato dal riempire sacchi e sacchi neri e dal lasciarli felicemente nel cassonetto sotto casa è uno dei più piacevoli che si possano sperimentare. Mi darei delle gran pacche sulla spalla da sola.

Vivo in mezzo agli scatoloni. Armadio dimezzato, cassetti svuotati. Sei buste di libri (profondo sospiro) regalate alla biblioteca di un paesello, e un intero pomeriggio passato a selezionare e rileggere vecchi appunti e testi universitari. Una parte del mio passato che ho tanto a cuore, quella dedicata ai miei anni di studio a Bologna. Ho accumulato circa due scaffali di fotocopie e quaderni. Ho catalogato, selezionato, archiviato. Ho lottato con la nostaglia. E buttato via chili e chili di carta. Non quella importante però. Quella me la porto dietro. Quella non l’abbandono.

Mi sono portata avanti: ho già inscatolato i miei pupazetti buffi, i miei pochi pelouche superstiti, qualche fumetto rimasto dagli anni del liceo, gran parte dei vestiti estivi. Tutto il resto sarà accuratamente imballato solo all’ultimo minuto. E vada come vada. Vivo in una situazione “sospesa”, sperando che ogni giorno sia quello giusto per avere una risposta definitiva. E mi sto lentamente distaccando da tutto ciò che mi tiene legata a questo luogo che in quattro anni mi è diventato così familiare.

La prima casa acquistata  assieme. Il nostro primo nido in assoluto. Fino a tre settimane fa mi aggiravo per il mio amato terrazzo con una tazza di tisana in mano e gli occhi umidi, chiedendomi il perché di quella malinconia che mi sussurrava all’orecchio una verità alquanto scomoda: quelle sedie di paglia intrecciata, quei portacandele di metallo intagliato e quel tavolino così “shabby chic” erano diventati il mio piccolo mondo  e mi sarebbero mancati in modo atroce. Dove avrei appoggiato il mio netbook bianco e la mia moleskine rossa, ormai? Avrei dovuto prendere possesso di un altro spazio, di un’altra atmosfera. Andavo in giro per casa fermandomi negli angoli bui e dicendomi “Quanto mi mancherà questo cassettone, e questo divano, e questa poltroncina”.

Poi è successo qualcosa. L’entusiamo di riuscire in un’impresa che desideravo da tempo e di coronare un sogno professionale ha avuto il sopravvento su tutto. Non ho più paura. Non come prima. Sono ottimista, sono curiosa, sono entusiasta. Non vedo l’ora di cominciare questa avventura, di rimettermi in gioco per l’ennesima volta.

Qualche giorno fa ho trovato in rete una di quelle immagini che finiscono per riempire il mio archivio su Pinterest, immagini che spesso racchiudono frasi che mi ritrovo a ripetere nella mente come un mantra. Diceva così: “Life begins at the end of your comfort zone”. Io ci credo. Il mio destino, da quando sono partita dalla mia Puglia per andare a studiare al nord, è sempre stato quello di arrivare, sistemarmi, arricchirmi di esperienze e di vita, imparare quanto più potevo e poi riprendere baracca e burattini e spostarmi di nuovo, all’inseguimento di un’altra opportunità. Sarà così anche stavolta. Sarà domani, sarà tra un mese, sarà dopo la primavera?

Auguratemi buona fortuna.

Swampscott, vista di Boston (agosto 2011)

31 thoughts on “Life begins at the end of your comfort zone

  1. La parte positiva del trasloco è questa. Tutti dovrebbero traslocare ogni 4 anni. Il senso di catarsi dato dal riempire sacchi e sacchi neri e dal lasciarli felicemente nel cassonetto sotto casa è uno dei più piacevoli che si possano sperimentare. Mi darei delle gran pacche sulla spalla da sola.

    Oh, mi hai fatto venire l’acquolina.
    Non sto traslocando nè ne avrei il desiderio ora, ma sono settimane che mi guardo attorno e macino chilometri nella mia stanza nel laborioso tentativo di eliminare quanta più “fuffa” possibile. Soprattutto carta, ma non solo.

    1. Anche quando sarò negli Stati Uniti continuerò a scrivere in italiano, amo troppo la mia lingua. Magari però inserirò un link per un traduttore online 🙂

  2. Fai bene, io mi sono trasferita tante volte, tante scatole, tante pulizie esterne ed interne. E’ un sentimento sour-sweet quello di partire, un’emozione come 10 caffe’, un ricominciare portandosi dietro noi stessi. Brava. E Boston e’ una bella citta’, ci sono stata anche se solo di passaggio. Il mondo e’ il tuo limite.

  3. Buona fortuna allora.
    Boston è una città meravigliosa e te lo dice uno che non ci è mai stato! 😉
    E’ il mio sogno da anni, un sogno che si chiama Boston Garden, che si chiama Larry Bird e che si chiama Celtics. Adesso so a chi chiedere di procurarmi i biglietti! 😉

  4. 1) Buona fortuna, cocca. Ma tanto mi sembrava di averti già detto che spaccherai tutto, quindi non ti serve la fortuna. Basta che tu sia te stessa.
    2) Se non trovi la zuppa di lenticchie o gli evidenziatori blu, me lo dici e io ti impacchetto tutto e te lo mando 🙂

    Ti bacio.

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