Quando ero ragazzina avevo tante di quelle fisse per le testa che la metà bastava. Per prima cosa, facevo liste di tutto. E dato che la mania non mi è passata, farò una lista anche qui, mi sembra coerente.

– Ero convinta che sarei morta prima dei trent’anni (di cosa non lo so, ma avrebbe dovuto essere qualcosa di altamente drammatico);

– attraversavo sulle strisce pedonali calpestando rigorosamente le parti bianche e MAI l’asfalto;

– dopo aver espresso un’opinione dovevo necessariamente terminare con un “così mi pare”;

– le mie librerie dovevano contenere tomi e cd in ordine rigorosamente alfabetico e di colore, e magari anche di altezza.

Per non parlare dei vari periodi in cui mi convincevo di intraprendere una certa carriera: c’è stato il periodo del veterinario (gattini randagi in casa ad ogni ora, qualche sporadico piccione, ma la mia vera passione erano le lucertole), quello della rockstar (periodo spazzola/microfono davanti allo specchio), quello della poetessa (ore notturne passate a scribacchiare versi improbabili su agende colorate. Alcune ogni tanto le rileggo ancora oggi esercitandomi in quello che gli americani chiamano facepalm).

A volte queste fantasie non scompaiono con l’età matura (sic!) ma perseverano negli anni. Una di queste è una sorta di desiderio irrealizzato che penso non abbandonerà mai l’angolino del mio encefalo dove si è rintanato finché non mi deciderò a renderlo realtà in qualche modo. Dicono che si è sempre in tempo, no?

Il mio chiodo fisso era questo: fotografare gente estranea per strada. Sceglierli istintivamente per i loro volti, le loro espressioni, avvicinarli, convincerli a fermarsi e a dedicarmi un po’ del loro tempo, scattargli delle foto attraverso le quali rivelare la loro anima e un pezzetto della loro storia.

Al mercato, a scuola, alle giostre, sul lungomare della mia città, e più tardi alla stazione di Stoccolma, all’aeroporto di Boston, su una spiaggia a Barcellona, su un autobus a Brescia, o semplicemente camminando per strada per andare a fare la spesa. Incontro sempre qualcuno che mi colpisce per qualche motivo particolare.

Non voglio qui addentrarmi nella storia della Street Photography e snocciolare le biografie dei suoi grandi autori del passato, Cartier-Bresson, il poverino, non riesce a prendere pace, si rivolta ancora come una frittella ad ogni citazione, e io vorrei invece lasciarlo tranquillo. Quindi mi soffermo con curiosità su un giovanissimo personaggio che ha fatto di questa pulsione un vero e proprio progetto fotografico.

Mi sono imbattuta in questi giorni nello Stranger Project di Benoit Paillé, un fotografo canadese autodidatta di 24 anni che vive attualmente a Montreal. Paillè ha iniziato questo progetto nel 2007 e adesso è in cerca di un editore che ne voglia fare un libro. Non c’è uno di questi ritratti che non mi piaccia, ognuno di essi mi dice qualcosa. Benoit dice di aver iniziato questo progetto dopo aver deciso di infrangere “la regola comune del non parlare alle persone estranee e del non disturbare la gente nei luoghi pubblici”. Ognuno di questi modelli è un “uomo della strada”, un personaggio trovato per caso per la via, su un treno, in metropolitana, in un centro commerciale. Ognuno di essi è protagonista di uno scatto che ha una sua storia. Convincendo ognuna di queste persona a prestare il proprio volto per un ritratto, Benoit riesce a creare una breccia nell’individualismo del mondo moderno e a gettare una nuova luce sull’anonimato dei moderni centri urbani.

Ogni scatto del progetto, in continua evoluzione, si trova in questa pagina di Flickr.

Pur trattandosi di un’idea non originalissima, di una strada già percorsa, mi colpisce molto l’energia e lo spirito con le quali Benoit la intraprende e trovo in queste foto una profonda sensibilità e una capacità di cogliere le espressioni del volto umano fuori dal comune.

Guardo questi scatti e mi dico che prima o poi sarebbe bello trovare il coraggio di farlo, cominciare a girare con un mazzetto di biglietti da visita in tasca e la Reflex al collo e fermare le persone per la strada chiedendo loro di rubare uno scatto. Se non mi metto prima nei guai, cosa molto probabile, potrei tirarne fuori qualcosa di interessante.

Qualche scatto dello Stranger Project con relativa storia.

© Benoit Paillé

“Ero in coda alla caffetteria dell’università quando l’ho vista, il suo viso era incredibilmente perfetto per lo stile delle mie foto. Il giorno dopo le ho chiesto di posare per me, e lei ha accettato”.

© Benoit Paillé

“Sono entrato in questa biblioteca di Concordia, tutto lì è silenzioso, specialmente il sabato. Mi accorgo della presenza di questa bambina, fatto abbastanza inusuale per una biblioteca universitaria. Ho pensato subito che fosse un soggetto perfetto. Ho dovuto distogliere il padre dai suoi libri e superare la sua diffidenza, ma ce l’ho fatta.”

© Benoit Paillé

“Passavo spesso di fronte alla sua casa, ero incuriosito dal suo appartamento strapieno di oggetti. Ho bussato alla sua porta e ho voluto conoscere l’uomo all’interno del suo ambiente. Si chiama François, ha 67 anni e dice di essere un reduce della guerra del Vietnam. Sono entrato nel suo mondo ma nello stesso momento lui è entrato nei mio: io il regista, lui il mio attore protagonista.”