37 mesi e non sentirli

Tre anni fa incontravo il signor Oceano Atlantico. Tre anni fa immergevo per la prima volta i piedi nudi in quell’acqua salata. Ricordo ancora il nome della spiaggia: Nahant Beach. E ricordo ancora lo squaletto morto che trovammo arenato sulla riva. Ci eravamo arrivati per caso, girovagando in macchina per la costa, senza mappa. Ho ancora in mente, lucidissima, la sensazione di grandezza che mi davano, e mi danno tuttora, quel cielo e quelle onde. Tutto più grande, tutto immenso, “questo mare è talmente sconfinato e gelido” dicevo ad alta voce.FB_IMG_1435495614580

Per un caso quell’immagine sfocata catturata da uno smartphone, quel mio saltello con i piedi a mezz’aria, è diventata anche la mia primissima foto su Instagram.

Camminavo sul bagnasciuga e non sapevo ancora a cosa stavo andando incontro, ero solo felice di trovarmi lì in quel preciso momento, proprio in quel rettangolo di sabbia, incastonata in quell’esatto minuto del tardo pomeriggio. Lo stress del trasloco alle spalle, il nuovo appartamento che cominciava a prendere un aspetto umano, il permesso di lavoro che doveva ancora arrivare, ma io ero lì, con i piedi in acqua e un capello di paglia in testa, e non c’era nessun altro luogo possibile dove poter esistere quel giorno.

IMG_20150515_15232737 mesi dopo.  Vedo di continuo aerei passare. Mentre corro al lavoro, nelle pause del pomeriggio, al mattino appena sveglia. Li vedo sfrecciare in cielo, ne fotografo le scie e ripenso a quello che presi un bel giorno di maggio. Non ho festeggiato la ricorrenza: nessun segno sull’agenda, ho lasciato andare la giornata come se nulla fosse. Ho dimenticato di ricordarmene.

In questi 37 mesi di vita, tanti sentimenti diversi, parole e immagini accavallate l’una sull’altra in un groviglio pulsante. Tante paure, timore di non essere all’altezza, sudori freddi, incertezze, lacrimuccie solitarie, momenti di solitudine. Invece sono ancora qua, come nella scena finale di Papillon [“Hey you bastards, I’m still here”]. A contare quello di cui sono fiera. Tanti piccoli successi, tanti piccoli passi tutti per me. Perché tutto quello che ti avranno raccontato sarà sempre diverso da quello che ti troverai a vivere, pure la lingua che avrai studiato all’università ti sembrerà differente.

  • Ho imparato a ordinare al messicano senza bloccarmi nel bel mezzo di una frase [come diavolo glielo spiego adesso che non voglio i fagioli scuri? Ah, e si dice gua-ca-mo-li, vero?]
  • Ho imparato a parlare di un mio progetto di fronte a cinquanta persone [anzi, ci ho preso gusto]
  • Ho imparato a prenotare una visita medica al telefono [e a usare la voice mail like a boss]
  • Ho imparato a fare conference call con persone di nazionalità diverse, accenti diversi, punti di vista diversi [come l’inizio della barzelletta? C’erano una volta un’italiana, un giapponese, un australiano e due svedesi…]
  • Ho imparato a fare lo spelling del mio nome, così affollato di vocali scomode [e accettare con rassegnazione che venga storpiato in modi strambi: oggi Cincia, domani Sinsai]
  • Ho imparato a esprimere le mie opinioni in una lingua che non è la mia [a loro sembra sempre che mi stia accalorando ma vagli a spiegare che è solo il temperamento dell’italiana del sud]

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Nonostante tutto continuo a pensare in italiano – ma ho iniziato a sognare in inglese. Ho battuto il gomito su uno spigolo ieri, e ho gridato “ouch!”. L’assimilazione ha avuto inizio?

Cammino tanto e le mie sneakers mi portano lontano; osservo tutto, cercando di cogliere particolari nascosti. Scovo boccioli timidi e li immortalo per riguardarmeli dopo, con calma, sul divano, mentre cerco di lottare contro il sonno che mi piomba addosso dopo una giornata più lunga del previsto.

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Mi fermo spesso a fare considerazioni bizzarre. Guardo la luna e mi chiedo se avrà lo stesso colore e la stessa forma di quella che vedrai tu. Se il tempo è lo stesso o se per te va più veloce, se il sole scalda di più o se l’aurora arriva più in fretta. “Che ore saranno adesso dall’altra parte dell’oceano? Se dormi mentre ti penso, domani ti sveglierai scoprendo che mi hai sognato.”

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Ho sempre il mio accento dannatamente italiano, ma ho imparato che qui tutti lo amano.
La mia lingua madre è diventata per colleghi e
amici al contempo musical, funny, adorable. Cerco di insegnare ai miei colleghi qualche insulto in dialetto tarantino, con risultati esilaranti.

E continuo a gesticolare troppo, persino ai meeting, persino al telefono. Ma qui nessuno lo trova un problema, credetemi.

“Nel mezzo dell’inverno vi era in me un’invincibile estate”

«Mia cara, nel bel mezzo dell’odio ho scoperto in me un invincibile amore. Nel bel mezzo delle lacrime ho scoperto in me un invincibile sorriso. Nel bel mezzo del caos ho scoperto in me un’ invincibile tranquillità. Ho compreso, infine, che nel mezzo dell’inverno vi era in me un’invincibile estate. E ciò mi rende felice».

Albert Camus

È stato un inverno angosciante e troppo lungo. Troppo bianco accecante, troppo silenzio assordante, troppo gelo nelle ossa, troppe risposte inaspettate a domande che non avresti mai voluto fare. È stato una sorta di brutto sogno, uno di quelli dai quali ti svegli confusa, mentre ancora confondi realtà e miraggio, col cuore che ti pulsa in gola e non si ferma più. Vorresti illuderti di averle soltanto immaginate, quelle cose. E invece quei momenti rimangono veri, concreti, affilati. Te li senti ancora addosso. Adesso ti godi il sole e il tepore dell’aria sulla pelle nuda e sei irrequieta. Non riesci a stare seduta alla scrivania a lungo, hai voglia di camminare e camminare e camminare ancora. Macini chilometri, ascoltando il tuo respiro. Sei dimagrita cinque chili in un mese mangiando quantità industriali di cioccolato fondente. Non meno dell’85%, perché il vero cioccolato e’ quello scurissimo, quasi amaro. E guai a chi ti dice il contrario. Quello al latte non lo sopporti più. Non sopporti più il dolciastro, l’ipocrita, il falso.

I vecchi jeans di quando studiavi a Bologna ti vanno ancora, ridi dello spazio che ti lasciano in vita e del movimento goffo che devi fare per tirarteli su. Ti trucchi poco, quasi nulla: solo cipria e mascara. Stai imparando a amare la tua faccia allo specchio. Ti guardi bambina e ti fai tenerezza. Quella bambina sì, lei te la sogni davvero di notte. Le fai lunghi discorsi che svaniscono al mattino. Compri rossetti rossi che non metti mai, ma ti piace il colore che hanno, ti piace l’odore che fanno quando li annusi. Componi lunghe poesie nella tua testa ma non scrivi più, ascolti musica in cuffia che diventa la colonna sonora di un tuo video immaginario. E tu sei la protagonista. Eroina di un tuo film personale.

Trovi segni inaspettati sul tuo cammino, fai sogni che sembrano messaggi criptati. Ti piace guardare fuori dal finestrino la strada che scorre mentre sei seduta dalla parte del passeggero, ti piace immaginare di fuggire velocissima, e nascondere lo sguardo in mezzo ai capelli mossi dal vento. Figurarti che quella nuvola sia davvero indirizzata a te, che non sia solo la tua testa da ragazzina a giocarti brutti scherzi. È stato un inverno troppo lungo: ora, proprio ora, hai bisogno di aprirti al sole. Hai bisogno di accogliere tutti i colori che trovi sulla tua strada. Non ti importa più di ciò che hai perso, vuoi solo vedere cosa troverai dietro la prossima porta.

I colori mi perseguitano ovunque.

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Un applauso per la neve

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Quando mi sono trasferita nel New England, ormai quasi tre anni fa, ci avevano quasi provato a mettermi in guardia. I sorrisini che accompagnavano frasi come “Eh ma quest’anno l’inverno è mite, aspetta il prossimo e poi mi dici!” o “Ma che vuoi che sia questa buferina di neve, non hai visto ancora nulla!” avrebbero dovuto farmi insospettire. Io continuavo a guardarli con la faccia dell’ebete che si è appena trasferita e si sente un po’ come al Luna Park.

La prima volta che mi sono ritrovata nel mezzo di una tormenta di neve l’ho trovata una cosa romanticissima. Io e lui , chiusi in casa al caldo con una tazza di tisana fumante tra le mani, a seguire con gli occhi i fiocchi di neve col naso appiccicato al vetro della finestra, e che bel quadretto, che meraviglia, ma mica in Italia mi succedeva una roba del genere, ma che figata eh, amore che bello!

La seconda volta, quando siamo rimasti senza luce durante la tormenta (blizzard, si dice blizzard per favore, senno’ non sembri mica una expat internescional), la prima vera blizzard della mia vita, quella dove siamo stati costretti a fare la spesona per le scorte di viveri, quella sera mentre cercavo di evitare gli angoli acuti in giro per casa con una candela traballante in mano, ecco già la seconda volta mi sento sentita aggredita alle spalle dal vago sentore di averne abbastanza. Alla terza nevicata mi ero già scassata tutto lo scassabile.

Questa è la mia terza blizzard, e mentre la prima settimana bestemmiavo in aramaico spalando per liberare le ruote della macchina appena uscita dall’ufficio e aggredivo verbalmente con epiteti coloriti tutti gli amici italiani che mi esortavano a raccontare la mia esperienza, adesso arrivata a febbraio mi è presa una sorda rassegnazione. E ho ricominciato a fare foto. La prima settimana mi sono rifiutata. I più perspicaci lo avranno intuito da una sorta di black out del mio IG. Niente, avevo solo un certo giramento di balle in loop. Ho un brutto carattere, ma in genere mi passa.

La mattina, appena sveglia, questo è il panorama che si spande davanti ai miei occhi. L’essere umano si abitua a tutto, dicono che sia cosi’, vero? Io invece sono ancora nella fase dell’ooooohhhhhh – ahhhhhhhhh.

 

La neve può avere anche momenti poetici. Sto fissando questa stalattite da una settimana, è ferma li, nell’angolo in alto a sinistra del nostro tetto. Ogni pomeriggio sembra assumere una forma diversa. A me sembra fatta di puro cristallo. Comunque per fare la foto ho rischiarato l’assideramento, just saying.

L'ultima nevicata mi ha portato una decorazione di cristalli trasparenti.

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Almeno ho un’ottima scusa per indossare le mie mitiche pantofole di pelouche. Ovviamente aldilà della finestra del terrazzino, perché col cavolo che mi siedo sul quel cuscino ghiacciato.

 

Questa è la mia preferita. L’ho scattata cinque minuti dopo essere scesa per la pausa pranzo, nel cammino dall’ufficio al centro commerciale. Non sapevo se piangere, ridere, o gettarmici sopra facendo l’angelo agitando la braccia come quei buontemponi degli innamorati americani nei film. Ho optato per una sempre sana lotta di palle di neve.

Un caro saluto dal Massachusetts, in Groenlandia.

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Infine, questa. L’ho scattata ieri. Mi sono detta, fammi andare a vedere come stanno messi nei pressi del North End. Una prece per il proprietario della macchina. Sì, la neve è proprio bella.

"Aspetta, libero la macchina dalla neve e andiamo". No, non è la mia 😀

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Qui si parla di tacchini, concetti di vacanza e sciroppi per la tosse

Quest’anno abbiamo festeggiato il Thanksgiving per la prima volta da soli, al calduccio di casa nostra, mentre fuori una spruzzatina di neve imbiancava i tetti dei vicini. Il primo anno negli USA, nel 2012, fummo invitati a pranzo da amici, il secondo abbiamo preferito provare un ristorante. Provammo il Top of the Hub di Boston, quello che ha millamila piani, avete presente? Per la serie “Mamma guarda, volevo scattare una foto panoramica”.

Panorami con aerei di passaggio

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Quest’anno pero’ abbiamo deciso di fare tutto da soli. Il Thanksgiving qui è una cosa seria, e questo già si sapeva. Ma non mi aspettavo che per gli americani fosse quasi più importante del Natale. Per il giorno del Ringraziamento si spostano in lungo e in largo per gli Stati Uniti per raggiungere le famiglie, sistemano tacchini gonfiabili sugli scaffali nei supermercati, ti salutano con un gioioso gobble gobble nei corridoi (non tutti, solo i colleghi più spiritosi).

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Metà ufficio era vuoto già a partire dal giorno prima, erano tutti impegnati a farcire il tacchino e preparare la cranberry sauce. E’ questo che amo di questa festa, la pace e il silenzio che solo una expat poco coinvolta può godersi, mentre loro saranno li a intrattenere i parenti. Ho assistito alla preparazione del tacchino due anni fa, ospite piena di entusiasmo davanti a una teglia unta e un volatile di 15 chili scarsi (qui una foto di repertorio per i più coraggiosi).

In realtà ho capito subito che non fa per me. La trafila mi sembra estenuante. Ordinano il tacchino mesi prima, e a seconda del numero di parenti presenti alla tavolata il suddetto tacchino potrebbe soffrire o meno di gigantismo. Cominciano la preparazione con largo anticipo, intavolando discussioni su ricette e ripieni settimane prima del fatidico giorno. Alcuni a meta’ strada hanno dei ripensamenti.

– Oh mamma, domani devo devo cominciare a cucinare il tacchino.

– Dai, quest’anno facciamo qualcosa di diverso!

– Non posso, ho ordinato la bestia l’estate scorsa e non posso rimandarla indietro. 

Sì, è un tacchino. Sì, è gonfiabile. Sì, era lì, sistemato nel reparto bibite gassate.

Lo cuociono in forno per mezza giornata, lo girano, lo rigirano, gli misurano la temperatura col termometro, lo mantengono bello umido, lo controllano di continuo. Preparano mille salse diverse per accompagnarlo, lo imbottiscono con cura ma poi una volta cotto rimuovono il ripieno per mangiarselo a parte. Insomma, un lavoraccio. Mi ci vedete otto ore accanto al forno? I don’t think so.

Se appunto per pigrizia o inesperienza non vuoi invecchiare in cucina come la sottoscritta la soluzione e’ a portata di mano in ogni buon supermercato. Il mio migliore amico ormai e’ il Trader’s Joe, l’unico market americano che ha conquistato il mio cuore. Lo amo come una donna può amare un supermercato. Al TJ ho trovato sostanziosi petti di tacchino già pronti, confezioni di gravy da scaldare, barattolini di salsa fresche, insomma tutto quello che mi serviva per interpretare la parte dell’espatriata che festeggia una festa non sua nel paese che la ospita e con una gran fretta di prendere la macchina e partire, cioè io. Il risultato è quello che vedete qui sotto.

In senso orario: petto di tacchino con gravy (non andate nel panico, e’ solo una salsina fatta col sughetto della stessa carne), formaggio di capra al cranberry, pasticcio di patate, mac and cheese di contorno (un cibo che vi infileranno dappertutto).

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Una vera goduria. Venti minuti dopo aver consumato il suddetto pasto un senso di beatitudine mi permeava e ingenti dosi di triptofano erano già in circolo causando potenti calate di palpebra. Adesso capisco il perché di certe vignette trovate in rete.

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Devo confessare che mi è sempre sembrato un po’ buffo festeggiare ricorrenze estranee alla propria cultura. Mi viene sempre alla mente Boris e la puntata della Festa del Grazie, quella con il banchetto di quaglie.

Ma vivendo qui ormai da quasi 3 anni l’esperienza del tacchino dovevo assolutamente sperimentarla e viverla sulla mia pelle (e nel mio stomaco). E poi Thanksgiving per me significava un’unica cosa: vacanza.

Ho un concetto tutto mio di vacanza. Come ho un concetto tutto mio di molte altre cose, devo dire. La mia filosofia di vita è qualcosa che si avvicina molto a “work hard, nap harder”. Non per nulla sono cintura nera di power napping.

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Quello che intendo è che non ho problemi a guadagnarmi la pagnotta col sudore della fronte (ok non esageriamo) per 5 giorni alla settimana, portarmi il lavoro a casa pure nel weekend (inserire imprecazioni varie), partecipare ai meeting del lunedì mattina (una roba totalmente contro natura per me, aboliamoli), restare in ufficio fino alle sette di sera quando ci sono scadenze importanti in ballo, e via discorrendo. Ma almeno ogni due mesi io DEVO staccare la spina. Ne va della mia salute mentale. E non per molto a lungo, sia chiaro. Non resisto a vacanze di due settimane, o peggio di un mese intero. Penso che non riuscirei a resistere un mese intero nemmeno in Puglia. Mi annoio in fretta, mi annoio subito. Mi annoio di cose, situazioni, ambienti. E persone, ma questo è un altro discorso. Ho colleghi europei che ogni estate tornano per un mese nel loro paese natio: tutto agosto in Svezia, o tutto luglio in Francia, e sono felici cosi. Ecco, io non ci riuscirei. Il trauma del rientro sarebbe anche eccessivo, diciamolo. No, la mia vacanza ideale è sparire per 3 o 4 giorni, riempire un borsone con un paio di jeans e tre maglioni (a seconda della stagione magari due bikini e tre parei), prendere la macchina e andare a visitare un posto nuovo. La mia vacanza ideale ha in genere pochi elementi: cibo, shopping, cultura, e per cultura intendo musei, arte, librerie. Camminare a lungo, scattare tante foto, fare lunghi sonnellini. Ho sposato un losco figuro che ormai mi porta in giro dicendo “oggi ti faccio trovare nuovi scorci, contenta?” oppure “allora, hai documentato?”.

Le cose sono cambiate da quando lavoravo in Italia. Qui ho più responsabilità e sparire dall’ufficio per un mese sarebbe un suicidio prima di tutto per me. Immagino con terrore, al rallenty, il momento in cui riapro l’inbox aziendale dopo 30 giorni.

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Come se non bastasse qui preferiscono venire a lavoro con la tosse asinina e la peste bubbonica piuttosto che starsene un giorno a casa. C’è da capirli. In Italia il dottore ti visita e nel peggiore dei casi ti consiglia di stare almeno 5 giorni a casa finché non ti passa l’influenza, anche perché sei ancora contagioso e magari hai pure qualche linea di febbre. Qui una scena del genere è da film di fantascienza, probabilmente Nolan sarebbe felice di girarla. Ti prendi un bello sciroppo, quello più potente che trovi, e passa la paura, torni alla tua scrivania più fresco di prima. Vi ho mai raccontato degli sciroppi allucinogeni per la tosse che si trovano nei drugstore? Roba da scene alla “Paura e Delirio a Las Vegas”.

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I primi tempi non mi davo pace. Meeting intervallati da tosse e starnuti, gente che andava in giro con la boccettina del disinfettante per le mani come se fosse la bottiglia dell’acqua benedetta. Poi ho capito: se non ti presenti al lavoro semplicemente non ti pagano. Certificati medici? Non diciamo barzellette. Qui si deve produrre! Un po’ come quando tiravo a campare con il cocopro e avevo paura di ammalarmi. Ah, che bei ricordi.

Comunque, dicevamo, sparire appunto per 3 o 4 giorni. Per andare dove? Sinceramente mi sento fortunata ad abitare nel New England.

Non sarei così felice se per esempio fossi in Texas. Anzi, diciamola tutta, se mi avessero proposto il Texas l’Italia non l’avrei mai lasciata. Perdonatemi, amici texani. Il New England è un posto meraviglioso, ha infiniti luoghi da visitare distanti pochi chilometri dalla nostra casetta e durante l’autunno sfodera dei colori meravigliosi e un foliage da brividi. E se non sapete cosa è il foliage chiedete a Marianna, che è stata mia ospite per una settimana il mese scorso e oltre a imbottirsi di hamburger e pumpkin pie lo ha visto con i suoi occhi.

@lacinzietta dice che questo é il periodo del foliage. Si chiami come vuole, ma lo adoro! ❤️

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Anzi ci scrivo un post al più presto sul foliage autunnale, che questa vacanza mi ha fatto tornare la voglia di ticchettare sulla tastiera e scattare foto a più non posso. Ho persino sviluppato un rullino, rullo di tamburi e squilli di tromba! E nel caso voleste ancora saperlo dopo tutto questo sproloquio, la meta della mia gitarella era il Rhode Island, e precisamente Providence. Ma ve ne parlo la prossima volta.

Trovare il tempo per scrivere. Ovvero, quel burlone del mio netbook.

Ah, se sapeste da dove sto scrivendo in questo momento. Vi do un indizio: c’è molta acqua tutto intorno a me, dei tizi in bermuda si stanno scannando per decidere chi debba uscire con la barchetta più grossa, mi arrivano degli spruzzi d’acqua non so più se dall’alto o da destra, e ringrazio la mia sagacia di avermi fatto infilare in borsa questo maglioncino che avrà visto pure tempi migliori, ma che in questo preciso momento ha un suo gran perché.

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“Sono in un posto che due anni fa avrei solo sognato, ma che adesso è entrato a far parte della mia quotidianità.” Prima stesura di una frase troppo sdolcinata, la riscrivo. Sto ticchettando dal dock di un boating center, quello dove ci siamo tesserati qualche mese fa. Sto scrivendo da un tavolo di legno blu sul quale qualcuno dall’animo tenero e dal temperino affilato ha intarsiato un cuoricino, sto scrivendo da una panca troppo dura, sto scrivendo pensando alla pizza margherita che mi aspetta tra qualche ora dalle parti del North End, il quartiere italiano.

Il Dart si sta esercitando per il suo agognato Green (che sarebbe la licenza per diventare Capitano di Lungo Corso Abilitato all’Arrembaggio), e io ho pensato bene di accompagnarlo portandomi il mio fido netbook bianco sottobraccio. Il quale, poverino, sarà anche fido, ma è molto trascurato. Riaprendolo dopo mesi di inattività mi ha mostrato una serie di file di Word smozzicati, testi iniziati e mai finiti, foto del 2012 di cui avevo iniziato una timida post-produzione, password ricopiate e nomi di persone e appunti di cui non ricordo più nulla. Un paesaggio desolante, ammetto. Cinque minuti per ricordarmi la password, venti minuti per ripulire il desktop, venti minuti per cancellare ogni tentazione di oblio da web.

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Sì, il desktop. Sono la maga delle cartelle inesistenti, degli archivi fantasma. A cosa servono i folder divisi per data e argomento quando puoi scaricare, salvare, spostare tutto quello che ti capita tra le dita sul desktop, così, senza una minima parvenza di qualsivoglia logica?

Sì, cancellare il web. Perché come dice lei e soprattutto lui, se vuoi scrivere c’è solo una cosa da fare: scrivere. E quindi ho seguito il consiglio del barbetta, da me tanto odiato dopo la penultima puntata di GOT (niente spoiler, per carità, vi dico solo che quella sotto sarei io).

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Cinzietta ha adesso in dotazione due potenti mezzi di alta tecnologia. Un portatile superdotato, che si accende con lettura dell’impronta digitale (ellapeppa!) e fornito di ogni forma di maledetto social network e collegamento infernale, inclusa la Gmail con la perenne scritta 80 Inbox in neretto (ma non entusiasmiamoci, sono solo promozioni di Victoria Secrets e coupons vari), e  un mini netbook timido, riservato, che funge o vorrebbe fungere da Olivetti Lettera 32, nelle migliori intenzioni della proprietaria qui scrivente. Bianco, leggero, sottile, etereo e, passaggio fondamentale, assolutamente privo di collegamento internet. Roba da far tremare i polsi.

La diagnosi definitiva me l’ha spadellata due giorni fa l’uomo più grumpy del mondo, ovvero l’ingegner consorte, che dopo avermi osservato sornione per settimane senza proferire verbo ha esclamato con veemenza tutta pugliese le seguenti parole:

“Perché te lo dico io cosa succede, te lo dico io. Arrivi a casa carica di idee, dici adesso scrivo un post su quella cosa buffa che ci è successa stamattina, adesso scarico le foto che ho fatto ai manatee in Florida, adesso finisco quell’articolo che ho in ballo da 1820. Poi ti siedi sul divano, prendi il Galaxy, e sprofondi nel Faccialibro o nell’Instacoso. E ti freghi la serata. E basta gattini!” Posso mica dargli torto? No. Praticamente una sentenza.

Che poi sarà anche una buona decisione, quella di usare il netbook, almeno ha la tastiera italiana e mi scrive gli accenti giusti. Mi sono un po’ rotta di scrivere e’ con l’apostrofo e altre amenità del genere. Almeno mi farà sembrare meno analfabeta, meno di quanto puoi diventare dopo due anni di conversazione forzata in anglo-italo-americano.

Se non riesco nemmeno così a mantenere il culo sulla sedia e scrivere non so più cosa fare. Da circa 18 minuti e 30 secondi però devo dire che sta funzionando.

Però è meglio se chiudo tutto perché ho appena capito che l’acqua sta in effetti arrivando dall’alto e il tizio qui accanto mi ha appena chiamato “madam” e devo assestargli un calcione di quelli potenti. Madam a chi, perbacco? Non vedi che oggi indosso le ballerine blu col fiocchetto? Questi marinai…

P.S.: Il mio fido netbook è un gran burlone.

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11 abitudini degli americani a tavola che mi fanno impazzire

Questa è la terza volta che cerco di portare a termine questo post. La prima volta mi sono appuntata una bozza su WordPress: draft sparito non so come e perché. Praticamente un X-File. La seconda volta ho preso degli appunti sullo smartphone: appunti spariti aggiornando una app. Se pure stavolta non riesco ad andare fino in fondo lo prenderò come un segno del destino e mi metterò l’anima in pace. Ridevo mentre lo scrivevo, rido ancora adesso mentre lo edito. Vediamo cosa ho scoperto sugli americani a tavola in questi ultimi 19 mesi.

1. Tutto può trasformarsi in una casserole. A loro piacciono quelli che io chiamo “gli impasti”. Perché preparasi un piatto in modo ragionato e seguendo delle fasi precise come nelle cucine di tutto il mondo quando si possono mettere tutti gli ingredienti assieme, mescolarli in allegria e sbatterli in forno? Io la trovo un’idea tendente al geniale. Esistono spaghetti casserole, pepperoni pizza casserole, chicken cordon blue casserole. Persino l’hamburger casserole! Sono mesi che mi frulla in testa di provarla ma mi manca il coraggio. La casserole può anche trasformarsi in pensiero gentile, in sentito dono. Hai appena cambiato casa e mi inviti a vederla? Ti porto una casserole di pasta al forno. Torni dall’ospedale dopo una malattia? Ti porto una casserole di carne e patate. La casserole come simbolo di amicizia. Anche questa è civiltá. Provate a digitare “casserole” in Pinterest e il sito esploderà.

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In genere alla casserole americana rispondo con la mia lasagna italiana fatta in casa. Il risultato e’ sempre 0-1 per me.

2. Sulla pizza ci mettono di tutto. L’ananas oramai non è più un ingrediente sorprendente, temo che la pizza “hawaiana” sia arrivata anche in Italia da tempo. Ma vogliamo parlare della pizza al pollo? Gli americani il pollo lo mettono dappertutto, ci manca poco che lo zuppino nel caffè. Una volta ho evitato per un soffio una pizza con cipolla e mostarda. In un ristorante di Boston, con mio enorme stupore, ho scoperto una pizza coi tortellini. Sebbene io abbia una stomaco di amianto (Brunhilde e FisicoQualunque lo sanno bene!) non ho avuto cuore di provarla, ma ho promesso a Carolina che la testerò con tanto di documentazione fotografica.

Ananas, goat cheese, ham. Quella sera mi sono proprio superata. Ed era pure buona.

3. Si rifiutano di ingollare porzioni che non siano enormi. Se siete stati negli USA anche solo per turismo ve ne sarete accorti. Me lo aspettavo pure io, ma devo dire che talvolta esagerano. Come quando ordini un milkshake e ti arriva non un bicchiere, non una coppa, ma un secchiello.

Fetta di torta al cioccolato affetta da gigantismo

Fetta di torta al cioccolato affetta da gigantismo. Questa era di CheeseCake Factory.

4. Le dimensioni dei cibi sono un argomento a parte. Non parliamo dei petti di pollo che sono in poche parole ipertrofici, polli culturisti (io li chiamo “polli Conan”). Evitiamo di nominare i biscotti, perché qui “size does matter”. Ci sono anche dei lati positivi, nei quali io mi crogiolo. Se da Cheese Cake Factory ordino una pasta Chicken Alfredo sono a posto per due giorni, se prendo un waffle avrò la merenda pronta anche per il giorno dopo. Perché il bello degli americani è che ti danno la doggie bag. Io adoro le doggie bag. In Italia se provi a dire al cameriere che vuoi portarti a casa gli spaghetti rimasti nel piatto ti guarderà come un povero barbone. Qui la bustina te la preparano subito, senza nemmeno chiedere, rapidi e discreti.

A San Valentino in ufficio giravano questi splendidi biscottoni

A San Valentino in ufficio giravano questi splendidi biscottoni.

5. Non conoscono l’acqua a temperatura ambiente. Chiedere una bottiglietta di acqua non di frigo equivale a saltare sul bancone strappandosi le vesti di dosso, otterrete le medesime reazioni. Se riuscite a pronunciare le parole “NO ICE, PLEASE” prima che al ristorante vi portino il classico bicchierone di acqua con due chili di ghiaccio dentro vincete un premio. In genere consiste nel non farsi bloccare la digestione.

6. Amano la pasta col formaggino, quella che io mangiavo a cinque anni. Solo che per fare i fighi la chiamano Mac’n’Cheese. Una botta di trigliceridi che levati. È uno dei piatti che entra a pieno merito nell’ambito di quello che viene chiamato “comfort food”: cibo nutriente, saporito, facile da preparare, che scalda il cuore e riempie lo stomaco. Io li amo. Gli americani, dico.

7. Sono pratici, svelti, vanno subito al dunque. Che bisogno c’è di avere un piatto per il primo, uno per il secondo e uno per la frutta o il dessert? Molto più comodo mettere tutto in un piatto solo, tanto poi tutto andrà a finire nello stomaco. Dopo aver assistito a questa abitudine durante le mie prime pause pranzo in ufficio, ho provato a fare lo stesso per evitare di fare la parte della solita italiana sofisticata. Ho rischiato di intingere le fragole nel sugo alla marinara, e ho desistito.

8. Gli americani, dicevo, sono pratici, svelti, non amano cincischiare su faccende inutili. Se si portano da casa dei fagioli in scatola per il pranzo non si mettono mica a perdere tempo con pentolini e condimenti. No! Aprono la scatola, la versano in una ciotola, la scaldano al microonde e via mangiare. Scolare almeno l’acquetta della confezione? Non diciamo eresie. La mia pretesa di condire le lenticchie lesse con olio, soffrittino e pomodoro è soltanto una mania anacronistica alla quale dovrò rinunciare. Ma anche no.

9. Inzuppano il sandwich nella zuppa, e con gusto. La prima volta che ho assistito a questa scena ero a pranzo con un collega e l’ho visto con i miei occhi intingere un panino al tonno dentro una ciotola di clam chowder per poi esclamare estasiato “Yummy!”. Da li’ ho capito che non mi sarei più stupita di nulla e che avevo trovato i miei amici per la pelle.

Fate largo alla fragola gigante

Fate largo alla temibile fragola gigante!

10. Tutto deve essere customizzabile, anche il cibo ordinato fuori casa, preferibilmente con una scelta infinita di svariati ingredienti da aggiungere o meno. Ricordo ancora con terrore il mio primo hamburger ordinato presso uno degli stand del food court al Prudential Center. Ero stanca, affamata, tutto quello che volevo era un panino con un po’ di carne e magari una foglia di insalata e una spalmata di maionese. Mi sono trovata davanti un bancone con, in ordine alfabetico: avocado, bacon, cheddar, cetrioli, cipolla, funghi, olive, pomodori freschi, pomodori secchi, patatine fritte, peperoncini jalapeño, prosciutto, provolone. Per non parlare delle varie salse: maionese, ketchup, tabasco, barbeque sauce, mostarda, senape. Alla domanda “Con cosa te lo preparo?” sono andata nel pallone. Ho risposto “Decidi tu”. Ma dopo aver subíto tutto il peso del suo sguardo basito ho cominciato a indicare ingredienti a caso pigiando il dito destro sul vetro del bancone. Non ho mai saputo cosa ci fosse dentro, ma lo ricordo ancora come uno dei migliori burger mai assaggiati in vita mia. Nell’ambito della citata customizzabilita’ ci metto anche il burger bunless (cioè il burger senza pane, ti servono solo gli ingredienti) o la burger salad (ti servono gli ingredienti su due foglie di insalata, giusto per far finta di mangiare sano e prendersi per il culo da soli).

Esempio di blueberry pancake grosso quanto la mia testa

Esempio di blueberry pancake grosso quanto la mia testa.

11. Sono ossessionati dal formaggio. Lo infilano in ogni dove, ci ricoprono ogni superficie. Finché si parla di patatine fritte, ci posso pure stare. Ordini una porzione di Bacon Cheese Fries da Johnny Rockets e puoi dormire tutto il pomeriggio come un angioletto narcotizzato, raggiungendo finalmente la tua pace interiore.

Lo chiamano "comfort food", un motivo ci sara'.

Lo chiamano “comfort food”, un motivo ci sara’

Ma quando hanno cercato di avvicinarsi al mio piatto di spaghetti con le cozze con la grattugia in mano ho vivamente protestato. La seconda volta, nello stesso locale, non ho avuto lo stesso successo.

Mi sono distratta un attimo e avevo già una bella spolverata di formaggio sui miei lobster ravioli

Mi sono distratta un attimo e avevo già una bella spolverata di formaggio sui miei lobster ravioli.

L’ Ingegner Dart dice sempre che io sono americana dentro, e non da ieri, da sempre. Dice che condivido con loro una totale spensieratezza in fatto di cibo e uno stomaco spericolato. Amo gli impasti, gli intrugli, non ho paura di assaggiare sapori nuovi, mangerei pizza a pranzo e a cena (volendo pure a colazione), non disdegno la pasta riscaldata del giorno prima, adoro sciogliere il formaggino nella pastina. Forse ha ragione, del resto stando assieme da cosi tanto tempo qualcosa di me l’avrà pure capita. Pero vi dico solo una cosa: ho un’apertura mentale di tutto rispetto, ma se comincio a inzuppare la frutta nella zuppa siete autorizzati a insultarmi pesantemente.

P.S. tutte le foto sono state tratte dal mio profilo Instagram 🙂

Snoopy Chronicles: È arrivato Febbraio. Anzi, tra poco finisce pure.

febbraio

Bello riaprire WordPress e non ricordarsi nemmeno dove si deve cliccare per scrivere un nuovo post. Bello trovare 20 draft non pubblicati e dimenticati li’ nell’angolino. Long time no see, Cinzietta. Che fine avevo fatto? Mah, ho visto gente, ho fatto cose. La verità è una sola: ne avevo abbastanza. Del blog, dei social, delle foto, mi dava fastidio persino la mia pagina Facebook. Volevo chiudere tutto e sparire. Cosi’, da un momento all’altro. Bella storia. Quella che voleva scrivere un post alla settimana, quella che voleva andare in giro per mostre e spiagge e pizzerie all’italiana e tramonti e fermare qua tutti gli istanti della sua nuova vita oltreoceano. Quella che poi si è ritrovata senza nessuna voglia di fare, quella che alla sera guardava il suo laptop nuovo in cagnesco.

Lo dico e lo ripeto: sono un’orfana dell’era di Splinder. Un’orfana dal cuore spezzato. Penso di non essermi ancora ripresa dalla transizione “blog vecchio – blog nuovo”. Nel frattempo tante cose sono cambiate, forse alcune di esse per me erano fondamentali più’ di quanto pensassi. Stavo vivendo il mondo dei blog con una testa ancorata a pensieri di dieci anni fa. Non capivo i blog divenuti portali, la necessita’ di avere una lista di rubriche, il bisogno di avere un “piano editoriale”, la corsa all’accaparramento dei like, il timore di postare qualcosa che potrebbe “non piacere ai follower”, lo smarchettamento a tutti i costi. I titoli da assegnare, sempre e comunque. Il fotoblogger, la fashionblogger, il travelblogger, la foodblogger. Mah. Per me il blog rimane ancora un flusso di coscienza, un concetto che mi rendo conto è oramai totalmente antiquato. Rinunciare a tutto? Sparire avrebbe significato perdere troppe cose. Ridete pure, ma mi sarebbero mancati tanti di quelli che ho nei link, nei contatti di Instagram, nei follower di Twitter. In rete si trovano ancora persone eccezionali, io penso di aver trovato anche delle sorelle (lacrimuccia).

Quindi sono ancora qui. Scrivere cinque post all’anno, scriverne cento? Uno alla settimana? Uno al mese?

Avere venti lettori, averne duecento, mille? Nobody cares.

spongebob

Basta, sono prolissa. E non so perché ho messo questa immagine qui sopra, io che Sponge Bob lo odio. E ho perso pure il filo. Dicevo: è già febbraio. E sono rimasta indietro. Ho perso il conto dei folder che scoppiano di immagini e appunti presi strada facendo. E mi sono messa in testa di recuperare. Sto pensando a dei cambiamenti. La pagina Facebook potrebbe cambiare titolo. Queste non sono solo “Boston Chronicles”, sono le MIE chronicles. Ovunque io sia. Il luogo non è importante, l’importante è chi lo racconta. Chronicles sempre e comunque: Cinzietta Chronicles.

Forse Cinzietta non va più bene? Vezzeggiativo troppo infantile per una che ha oltrepassato da un bel po’ i trenta? Qualcuno storce il nasino se lascio a casa la Reflex per postare scatti su Instagram? Dovrei scegliere con cura cosa postare perché non è il caso di parlare di mostre fotografiche e dopo due giorni di pasta Alfredo? La risposta è sempre la stessa (vedi immagine qui sopra, cosi’ non perdiamo tempo). Ah, e preparatevi a vedere Snoopy sempre più spesso, perché lui è il mio alter ego. E perché cosi’ mi piace.

Manchester-by-the-Sea e la libreria dei miei sogni

Poi ti succede che per settimane non riesci a riprendere in mano la tua casetta virtuale, per troppe settimane, e accumuli decine di draft e appunti su argomenti da trattare. Quando alla fine ti ritrovi seduta alla tua scrivania di legno bianco e cominci a digitare sulla tua amata tastiera ti ricordi di quanto sia bello scrivere sul tuo blog e ti viene voglia di riaprirli tutti, quei draft, e di aggiungere tutte le foto che hai scattato, e di terminare le frasi, di mettere i punti e le virgole, e di cliccare finalmente su “pubblica”. Succede che ti ricordi all’improvviso di quanto ti piace e di quanto ti faccia stare bene.

A volte penso che più di “Boston Chronicles” sarebbe meglio chiamarlo “New England Chronicles” questo blogghino, perché da quando sono qui ogni occasione è buona per saltare in macchina e andare a visitare un posto nuovo, una spiaggia isolata, un paesino poco lontano. Trovo meraviglie in ogni posto in cui mi capita di passare. Solo a Stoccolma mi è capitato di osservare un cielo così immenso e così limpido, e l’ariosità di queste strade non fanno altro che scatenare la mia voglia di andare. Mi porto dietro una voglia infinita di andare a vedere.

E’ vero, passo più di otto ore della mia giornata in ufficio e vivo la vita di tutti i giorni da perfetta lavoratrice expat. Allo stesso tempo però mi dedico all’osservazione del particolare, del dettaglio: nei miei archivi mentali si accumulano infinite immagini prese dal quotidiano e dai luoghi dove mi ritrovo a camminare con il naso all’insù.  Per me ogni weekend è quello giusto per scoprire un nuovo angolino di questo stato dal nome impronunciabile: Massachusetts. Prima o poi riuscirò a scriverlo bene, lettera per lettera, senza cercarlo ogni volta su Google.

Manchester-by-the-sea è una cittadina di poco più di 5.000 abitanti e si trova nella contea dell’Essex. E’ la classica cittadina che in estate diventa meta preferita dei turisti locali per le loro gitarelle fuori porta. Arrivando da sud è la prima città di Cape Ann a trovarsi sulla strada, giusto una ventina di chilometri a nord di Boston.  

Queste sono le informazioni che potete trovare in rete. Per me invece Manchester-by-the-sea è il posticino del venerdì sera, o del sabato mattina, quello che ti infili un vestitino di cotone colorato e un paio di flip flop e sei pronta per uscire, quello dove arrivi con mezzora di macchina.

Barchette, barchette dappertutto, all’orizzonte. Una distesa di un blu cristallino e nuvole alle quali manca solo la parola. E tu sei lì che cerchi di fare entrare la bandiera americana nello scatto e prenderla dall’angolazione giusta. Rimani ad aspettare che il vento la faccia gonfiare bene, perché vuoi che si vedano tutte le stelline. Ecco, adesso sei soddisfatta.

“Guarda, vedi? Tutte le barche hanno il muso che punta nella stessa direzione. Seguono tutte il vento. Pointing into the wind.” E tu cominci a pensare che in barca vorresti viverci. Magari non per sempre, magari solo per un anno. Magari traslocheresti pure domani, in quei 30 piedi che dondolano sulle onde.

Manchester-by-the-sea è quel posto dove le casette ti prendono in contropiede. Tu sei lì che cammini verso la spiaggia, e all’improvviso ti sbucano attorno. Fanno capolino dagli alberi così, senza avvisarti. E ti vengono in mente pensieri strani. Del tipo, come sarebbe bello avere degli alberi che ti crescono vicino alla finestra della camera da letto, così invece di usare la porta d’ingresso ti potresti arrampicare sui rami, come facevi da piccola rovinandoti le gonnelline e graffiandoti le gambe.

Preoccuparsi della bassa marea mentre fotografi la baia e guardi le paperelle che si aggirano sospette. La luce è bellissima, questo pomeriggio. Vorresti semplicemente rimanere seduta qui sull’erba e lasciare che la mente si svuoti lentamente dei pensieri. Almeno ci provi. Oggi ci stai riuscendo.

Sulla riva opposta c’è l’unica panchina libera, perché nel frattempo sono arrivate le famiglie americane e i bimbi con i loro coni gelato enormi. Hai anche provato il brivido di entrare nella gelateria locale e chiedere “one scoop, please”, ma ti sei accorta che per loro “one scoop” significa “mezza vaschetta”. Hai rinunciato. La buona notizia però è che dopo un anno e mezzo hai ritrovato il kebab in uno degli stand della fiera, e te lo gusti con passione. Hanno cercato di confonderti chiamandolo “kabob”, ma tu non ti sei fatta infinocchiare.

Decidi che quella casa lì davanti è la casa dei tuoi sogni. Immersa nel verde, affacciata sull’oceano, tre piani, venti stanze. Cominci già a fantasticare sulla disposizione: una stanza solo per i libri, una solo per le caviotte, che ovviamente avranno apposito recinto in giardino, uno studio enorme solo per te, una cucina dove entra sempre il sole e talmente grande che potrai andare da un lato all’altro con i pattini a rotelle. Sognare non costa nulla.

E, svoltato l’angolo, la visione. E’ forse la libreria dei miei sogni? Se non lo è, si avvicina molto all’idea che ne ho. Già solo il suo nome mi ha fatto innamorare: Manchester by the Book. Mi verrebbe da esclamare “Genio!” come Ferretti. Questa libreria ha tutte le mie caratteristiche ideali: piccolina, stipata di libri usati, file di volumi che ricoprono le pareti e che vengono ammucchiati su torri pericolanti praticamente in ogni angolo del pavimento. Libri e libroni, tomi, opuscoli, molti dei quali antichi, e una bellissima e ampia selezione dedicata ai libri di fotografia e di arte.

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Prima che mi si accusi di banalità appena nomino il profumo della carta (e avete ragione, non se ne può più) vi informerò che in una libreria io ci sono cresciuta sul serio. La libreria di mio padre. Purtroppo entrambi non sono più presenti su questo pianeta, ma nulla può annientare i miei ricordi. In quella libreria ci ho trascorso pomeriggi interi. Ho passato anni a sniffare libri e fumetti. Ne ho sniffati talmente tanti che probabilmente ne sono rimasta segnata per tutta la vita. Tutto ciò mi causa inaspettati moti di entusiasmo ogni qualvolta mi ritrovo a passare per mercatini di libri usati e davanti a scaffali pieni di libri, mensole piene di libri, ripiani pieni di libri. Se poi sono anche ordinati per colore e altezza posso anche arrivare a subire una abbondante e irrefrenabile salivazione, tipo cane di Pavlov.

Ho scoperto che questo sogno di libreria ha anche un sito web. Vorrei scusarmi pubblicamente con i proprietari, ecco. Quella pazza che farfugliava in anglo-italiano e che è rimasta 40 minuti davanti agli scaffali della sezione fotografia toccando tutto, imprimendo le sue ditate su ogni copertina, sfogliando lo sfogliabile, soppesando ogni tomo e mugugnando considerazioni varie sono io. E sono anche quella se si nascondeva dietro gli scaffali per fare foto alle pile di libri, perché si vergognava troppo per chiedere il permesso. La prova della mia ansia del momento è che le foto sono venute mosse. E’ bello farsi sempre riconoscere, dona una senso alle mie giornate da expat.

Se siete curiosi di vedete il bottino che mi sono portata a casa per la modica cifra di 35 dollari, lo trovate su Instagram.

Sailing in the Boston Harbor. Ovvero, la barca a vela vista con gli occhi di un ranocchio

Se già mi seguite su Instagram (e se non lo fate vergognatevi perché ci ho messo circa mezzora a caricare questo widget che vedete a destra, prima di accorgermi che WordPress aveva inserito l’opzione automatica) vi sarete accorti che sono circa 2 mesi che ammorbo il web con foto di vele, barcarole e linee d’orizzonte oceanico. Giusto per spezzare un attimo il discorso, a proposito di Instagram qualcuno può spiegarmi come ho fatto ad arrivare a  680 followers, io che fino a un anno fa IG lo rifuggevo come la liquirizia (che odio)? Anzi, non followers: seguaci. Ho cambiato le impostazioni di lingua da inglese a italiano solo per leggere quella parola sullo schermo. Seguaci. Conquisterò il mondo.

Ordunque, tutto comincia nel  luglio del 2012, quando ricevetti un invito su LinkedIn tramite il gruppo PIB – Professionisti Italiani a Boston per partecipare a uno dei loro incontri. Ero arrivata da poco in terra americana, non avevo ancora idea di come muovermi e non conoscevo bene la città. Mi sembrò una bella idea per incontrare gente e fare nuove amicizie. La giornata prevedeva un incontro al Boston Harbor, presso il Courageuos Sailing Center per un barbacue estivo e un giro in barca a vela con skipper professionisti. Tutto ciò pareva ben più che interessante. Poi se mi si offrono hamburger e hot dog io non mi tiro MAI indietro. Io amo il lavoro duro.

Fu un’esperienza magnifica. Quanto io adori il mare già lo sapete. O almeno dovreste. Ci sono nata, davanti al Mar Jonio, e me lo porto dentro dappertutto. Il fatto che io sia nata in una città di mare e che mi sia trasferita in un’altra città di mare lo trovo un delizioso scherzo del destino. Voi datemi una panchina davanti a una distesa d’acqua, preferibilmente l’oceano, e potete lasciarmi lì, felice, per ore, a cincischiare sui massimi sistemi e a fotografare nuvole.

L’oceano, la barca a vela, i corsi, tutto ha continuato a risuonarci nelle testoline per mesi. Finché l’ingegnere, negli ultimi tempi, e dopo aver a lungo meditato, si è fatto venire la brillante idea di prendersi la licenza per veleggiare nei mari bostoniani. E l’ha presa seriamente, perdiana, questa storia. Con tanto di libroni sul “basic keelboat” sparsi per casa e appunti e disegnini in ogni dove. Dovete sapere che se siete ricconi e la barca vi serve solo per andare a bullarvi per i mari con la panza piena di birra attorniati da tizie in bikini che ballano la macarena e avete pure i denari per assumere uno skipper, ebbene la licenza non vi serve. Potete sbattere il vostro gonfio portafoglio sul bancone, acquistarvi uno yacht (che qui alcuni pronunciano IAT e non IOT, un fatto che mi ha sconvolta non poco) e andare in giro a sollevare le onde  e rompere i cabbasisi ai poveracci come noi che invece, meschini, hanno questo insano desiderio di diventare dei veri e propri lupi di mare e imparare a fare tutti i nodi marinari in fila, perfino. Noi siamo quindi quei poveracci lì, quelli che la barca la devono noleggiare ogni fine settimana e che devono passare le certificazioni.

A proposito, ne ho imparato uno di nodo, per ora: il Figure-eight. Mi sento fighissima.

Il mio contributo in questa avventura non è purtroppo quello di rimanere seduta in barca a godermi il vento tra i capelli e fotografarmi i piedi come nel più bieco fescionblogghismo. Io devo fare il mozzo. E devo fare il mozzo perché l’ingegnere “si deve esercitare” e anche “ma vieni con me che fai un po’ di moto ogni tanto e in barca si sta bene!” E quindi ve lo dico, una volta per tutte: da un paio di mesi io sono diventata Ranocchio. Lo avete mai visto il film di Polanski, Pirati? Ecco, ormai lui mi chiama Ranocchio. La mia funzione dovrebbe essere essenzialmente quella di canticchiare “Il était un petit navire” per allietare il capitano e servire prosciutto e bottiglie di Malaga.

Ci avete creduto? E invece no! Sono un mozzo serio, io! Mi ci sono messa d’impegno e ho imparato un sacco di cose nuove (e ho perso pure un paio di chiletti, che non fa mai male). Ora,  dato che mi hanno riferito che le liste piacciono all’audience, vi snocciolo un agile elenco di  importantissimi fatti che ho appreso in questi due mesi.

1. Il vocabolario nautico ha del poetico, e a volte anche dell’onomatopeico.

Il tell-tale è un pezzetto di stoffa o di filo che si attacca alle vele o ai cavi e che indica la direzione del vento. Io mi sono fissata nel dire “gli storyteller”. Mi confondo sempre e ormai per me si chiamano così. Ti raccontano la storia del vento, come se fosse una favola. E se sono tristi, devi fare di tutto per tirarli su. Tutto ciò è stupendo.

Il boom, invece, è quella trave orizzontale, spesso di legno, a volte di alluminio, che sostiene la base della randa (cazza la randaaaaa!). La sua funzione è quella di cambiare direzione all’improvviso quando meno dell’aspetti mentre veleggi con il vento alle spalle (dicesi downwind). Penso che abbia preso il nome dal rumore che provoca sulle ossa del tuo cranio quando dimentichi di abbassarti e lo incontri all’improvviso.

2. Fare trimming è cosa buona e giusta, ma è meglio usare i guantini.

Dopo aver ammaestrato corde blu a destra e a sinistra (starboard and port) per un’ora e mezza, nemmeno i tuoi amati sail gloves comprati per 20 dollari da L.L.Bean potranno salvare le tue povere mani dall’apparire come due rossi cotechini fuori stagione.

3. Le navi dei pirati esistono ancora.

Prego visionare documentazione fotografica a prova di bomba.

4. Fare foto in barca è difficile.

Tentare di scattare  foto decenti con il Galaxy Note mentre con una mano cerchi di tenerlo in equilibrio e non farlo inghiottire dalle acque del porto e con l’altra cerchi la crema solare protezione 2,540 è particolarmente complicato. Se ci riesci, però, sono soddisfazioni.

5. L’aria di mare non fa bene alla piega. Ma fa bene al cuore.

Dopo due ore in barca anche le donne dotate dei capelli più lucidi e setosi sentiranno il bisogno di darsi una ripassata di balsamo e di piastra. Ma dato che non sono una di loro, io me ne frego bellamente e continuo a fissare l’orizzonte con l’aria di una che la sa lunghissima.

(foto di @chillypho)

Toglietemi tutto ma non il sabato – La mia prima Instalist

Il sabato mattina per me significa solo una cosa: poltrire. In tanti hanno provato a smuovermi da questa abitudine negli anni, fallendo miseramente. Il sabato mattina per me vuol dire restare in pigiama fino a tardi, dare la forma delle mie terga alla chaise longue del divano e dedicarmi al banale cazzeggio internettiano. Il che si traduce nel cercare disperatamente di recuperare tutto ciò che è stato pubblicato settimanalmente dai miei contatti sui loro socialcosi e sui loro blog, leggere innumerevoli newsletter, rispondere a vecchie email che prendevano polvere nell’inbox e cercare di buttare giù due righe sul blog.

Niente e nessuno può smuovermi dal mio divano e dal mio portatile, il sabato mattina. E’ persino disumano soltanto pensarci. Ho memoria di due sole occasioni nelle quali sono riusciti a convincermi, durante gli ultimi 12 mesi: nella prima mi hanno detto “dai alzati che ti porto su quella spiaggia dove la sabbia canta quando ci cammini sopra”, nella seconda “dai alzati che andiamo al Planetario e poi ti porto a mangiare il lobster mac’n’cheese“.

Mare, musei, cibo. Sono una creatura dai desideri semplici, farmi felice è roba da poco 🙂

Il sabato è anche il momento nel quale in genere faccio delle belle scoperte. E le mie belle scoperte provengono quasi sempre dalla rete, da quelle trappole digitali che sono per me Instagram o Pinterest. Scorro immagini come se non ci fosse un domani, potrei passare le ore a pinnare e mettere cuoricini in fila. Ho già spiegato in questo post cosa penso di Instagram (consiglio una rilettura), quindi non mi dilungherò più di tanto.

Questa è una piccola selezione di account che seguo con costanza e che vi consiglio di visitare.

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1. katetsai: “ecchepalle i soliti gattini del web!” No, mi spiace, questi non sono i “soliti” gatti. Questi 5 micioni giapponesi, Machi, DongDong, Jigme, BenBen e Blackbear, sono dei veri attori, non ho mai visto dei felini più espressivi. Certo le didascalie che katetsai sceglie per descrivere le foto aiutano molto. Tra l’altro uno di questi gattoni è un anziano personaggio di oltre vent’anni dal muso particolarmente grumpy. Io lo trovo irresistibile.

2. liviasala: chi dice che non ci siano bravi fotografi su IG deve ricredersi. Se per fare fotografia intendiamo curare la composizione e l’armonia di un’immagine, Livia non ha nulla da invidiare a nessuno. I suoi scatti sono curati, personali e sempre riconoscibili. E poi ho un debole per chi è una treehugger come me.

3. lisbethsindag: questa ragazza vive in una cittadina della Norvegia, è appassionata di home decor e ha una finestra che dà proprio sul mare. Sul serio. Sul mare. Penso che basti.

4. kessedjian: Isabelle Kessedjian, illustratrice parigina. I suoi disegni sono deliziosi, i suoi lavori all’uncinetto pure. Una boccata di colore e creatività. P.S. voglio questo e questo, chi me li regala?

5. ryotukor: ancora gatti? Ebbene sì, se avere un gatto che gira per casa ti porta ad usufruire di un soggetto sempre disponibile per sperimentare la tua vena creativa, perché no? Penso che questi siano gli scatti miciosi più originali e fuori dal comune che ho visto ultimamente su IG, giocano molto spesso su inquadratura, tagli e prospettive.

6. cuordicarciofo: io la Nini l’ho scoperta da poco per i suoi bellissimi disegni, ma mi sono resa conto che fa delle foto stupende, suggestive e poetiche. Ho un piccolo sogno: avere una sua illustrazione incorniciata, uno dei ritratti di quella ragazzina dai capelli rossi, appesa in salotto.

7. viverenewyork: il nome dice tutto. Laura, blogger expat che vive a Brooklyn, riesce davvero a trasmettere nei suoi scatti la vitalità di questa città e a cogliere angoli sempre diversi di questa metropoli dai mille volti.

8. thespideyman: se volete vedere Spider Man alle prese ogni giorno con una nuova avventura questo è il profilo che fa per voi.  Si va dallo Spider Man cuoco, allo Spider Man fotografo o musicista. Io lo trovo molto simpatico.

9. leesamantha: sono delle vere e proprie opere d’arte da mangiare quelle che crea questa ragazza malese con i suoi bento. Di fantasia ne ha parecchia, nel piatto potreste trovarvi Lady Gaga, Totoro, o anche Pikachu.

Today listening to: Giorgio by Moroder – Daft Punk, perché sono così vecchia che mi ricordo di quando non erano ancora così mainstream. My name is Cinzia but everybody calls me Cinzietta.

P.S. sempre per la famosa agendina del chissenefrega, sto preparando il post per festeggiare un anno di blog negli USA. Come si dice? Stay tuned?